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Black Keys - Magic Potion
Genere: blues - rock
Data uscita: 2006
Label: V2
Durata: N.A.
Sito Web: N.A.
Voto: 8.0/10
Recensito da: Enrico Mainero
Black Keys - Magic Potion

Black Keys - Magic Potion

C’era una volta il Blues. Magico calderone da cui poi sono germogliate tutte le maggiori correnti musicali del XX Secolo. Uno stile più che un genere, quasi una religione, che incarnava (e per fortuna incarna tuttora) quasi tutti i sentimenti dell’animo umano. Non c’è corrente musicale infatti che abbracci in maniera così omnicomprensiva le gioie e le tragedie naturali.

Nel corso degli anni il Blues ha saputo reinventarsi e rifondarsi più volte (con il caldo aiuto del Rock). Gli anni ’60 in questo senso sono stati decisamente e squisitamente importanti. Band come Cream e Jethro Tull , chitarristi come Jimi Hendrix o Jimmy Page, hanno restituito linfa vitale a questa religione musicale che tanto aveva dato nel corso dei primi decenni del secolo scorso.

Ma il Blues continua vivo a far innamorare gli appassionati di mezzo mondo grazie al prezioso apporto di giovani e brillanti formazioni, sature di idee tanto retrò quanto meravigliosamente in linea con i dettami della nostra religione preferita. È il caso dei The Black Keys, band che cavalca con successo un sanguigno Blues – Rock dalle tinte oscure e vivaci. Il nome della band si ispira ad un artista amico del duo di Akron (Ohio) che usa il termine per indicare le persone che non sono del tutto in linea con le regole che la Società impone. La carriera del duo (Dan Auerbach alla chitarra e Patrick Carney alla batteria) è un esempio di quanto possa risultare ancora vivo il blues. Dischi come “The big come up” e “Rubber factory” si direbbero usciti direttamente dai ’60 (anche se la loro consacrazione avviene con “Thickfreakness” del 2003).

“Magic Potion” suona sporco, arrangiato in maniera volutamente approssimativa; il suono delle chitarre (splendidi i riff fulminanti di Just Got to Be e Your Touch) si presenta malato e decisamente sottotono, tanto da dare al disco un sentore di vecchio e ammuffito.

Un disco così si gusta a pieno in una serata andata storta, una serata in cui si ha voglia di uscire dalle righe della quotidianità, attraverso suoni non convenzionali e sensuali. Proprio la sensualità di pezzi come Give Your Heart Away rappresenta dunque la spina dorsale di un lavoro ben suonato e ben riuscito. L’Hammond che abbonda nelle tracce del disco restituisce all’ascoltatore una vena trasgressiva che mal si lega alla musica che suona nelle radio abitualmente. Lunga vita al Blues e a chi si dedica alla diffusione del suo verbo.


il gio 01 gennaio 1970 da Enrico Mainero
Commenti: 12
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