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Dente@Circolo degli artisti, Roma - 21/03/2009
Gazebo Penguins -  The name is not the named

Intervista ai Gazebo Penguinsl

di Roberto Paviglianiti

I Gazebo Penguins sono un giovane trio di stanza tra Zocca e Correggio. Il loro esordio per Suiteside Records “The Name is not the Named” non ci ha lasciato indifferenti, per via di un’ottima esuberanza stilistica e per la brillantezza delle idee proposte. Un buon esempio di musica fatta in Italia con respiro internazionale, capace di lasciare il segno senza dover ricorrere a facili scimmiottamenti. Per sbirciare dentro il loro igloo abbiamo scambiato un paio di mail con Capra, al secolo Gabriele Malavasi, voce, chitarra e qualche tastiera della band.

“The Name is not the Named” racchiude un pugno di brani immediati, fulminanti, sembra proprio che i preliminari non facciano al caso vostro, è così?

Sì, possiamo dire che teniamo i preliminari per altre occasioni. Pre + Limen, ovvero ciò che sta dinnanzi al confine, prima del confine. Non ci interessa. A noi interessa attraversarlo. Yeah.

Gli intrecci vocali tra te e Andrea sono un po’ il vostro tratto distintivo, avete un modello di riferimento?

Ci fa piacere quest’osservazione. Il nostro intento era appunto di fare un disco melodico. Diciamo meglio: abbiamo voluto che ci fosse melodia in un sound - il nostro - abitualmente dissoluto, affannato, violento. Ci piace suonare distorti e saturi, ma ci piace anche che le sorelle di Peter (il batterista) possano canticchiare i nostri pezzi prima di cena.

“Mary Mongò Used Call Me Igino” è probabilmente il brano meglio riuscito, come è nato e come si è sviluppato?

Tutti i brani nascono da idee che portiamo all’iGloo (location dove i GP si ritrovano per le prove e non solo, ndr), che suoniamo, registriamo, riascoltiamo, modifichiamo. Un po’ come quando si cucina, che aggiusti il tiro man mano che si ultima la cottura. Quando sei lì che provi un pezzo nuovo ti concentri sul fare qualcosa che ti gasi, che un po' ti faccia godere. Creare qualcosa dal niente: oltre al godimento, suonare porta sempre con sé anche questo risvolto creazionista, questa crescita di entropia che una nuova canzone, un nuovo concerto, inevitabilmente procura alla biosfera. Quando siamo in prova la nostra musica provoca un godimento solo nella cerchia ristretta dei Penguins. Voglio dire: se ti masturbi, la cosa ha un senso esclusivamente per te, ma se ti masturba un altro, l’azione acquista un senso doppio, perché ha senso per due persone. Voglio dire: se a un concerto o all’ascolto del disco, il godimento diventa epidemico e contagia qualcun altro, allora anche la tua musica ha più senso, perché le viene attribuito un senso allargato. E pertanto anche il suonare, a quel punto, acquista più significato e il farlo ti dà più significato. Divagazioni a parte, “Mary Mongò” credo sia nata da un giro di basso. Ne è uscito un pezzo particolarmente “smutandato”, e per smorzare la tendenza debosciata che aveva preso ci abbiamo messo un finale metallaro. Il testo parla di un tizio che vede il proprio montgomery sul letto e non capisce più se è lui che se ne sta steso a dormire o soltanto il suo cappotto. L’Igino del titolo è, ovviamente, Igino Ugo Tarchetti.

Il titolo del disco deriva da una frase del conte polacco Alfred Korzybski, quando scriveva: “La mappa non è il territorio, il nome non è la cosa designata dal nome, la descrizione non è la cosa descritta”. Ci parlate di questo argomento?

L’argomento è ampio, articolato e certamente non favorisce la polluzione notturna. Cerchiamo di metterla in maniera il meno penosamente inamena possibile. Tu, caro Roberto di Rockaction, per il sottoscritto sei una rappresentazione. E il sottoscritto è – chiaramente - una rappresentazione per chi sta leggendo in questo momento. La realtà, possiamo comodamente intuirlo, è altra cosa da questa. Dire che “il nome non è la cosa designata dal nome”, al di là dell’apparente tautologia, è un po’ come dire che la conoscenza reale di una cosa deve superare il suo modello mentale. Ogni azione che facciamo sul mondo è prima un’azione mentale (o rappresentazione). E queste rappresentazioni, talvolta, rischiano di diventare tutta la nostra realtà. O per lo meno spesso diventano il nostro unico occhio con cui vedere il mondo. Al di là di questo, quella di Korzybski è una bella frase; e quando vai a fare la parafrasi alle belle frasi, queste diventano subito tristi e senza avvenire. Non è la nostra ambizione.

Per realizzare l’album vi hanno dato una mano elementi esterni al progetto.

Sì, al disco hanno preso parte un po’ di amici con cui abbiamo condiviso i palchi in varie occasioni, ovvero Jonathan (Settlefish, A Classic Education), Emilio e Bruno (Settlefish), Giulio (TDOAK) e Manolo (My Awesome Mixtape).

Quali sono i vantaggi di suonare in tre?

Il trio è la nostra cifra ideale. Intanto perché se decidi di lasciare a casa il fonico, puoi andare a suonare con una macchina soltanto. Poi perché ognuno di noi ha una sua peculiarità. C’è il nerd del 2.0, c’è il malato dei suoni, c’è il pedante linguista, e a turno c’è sempre uno dei tre che ha voglia di fare l’ignorante. E questa è cosa buona, come disse Dio.

Venite da una fetta di terra che ha dato i natali a diversi rocker votati alle sonorità a stelle e strisce (Ligabue, Vasco Rossi su tutti). Il vostro sound sembra più indirizzato a uno stile anglosassone. È un’affermazione esatta?

Sono anni che suono, ma ancora cosa sia anglosassone bene non l’ho capito. Sarebbe senz’altro esatto dire che il nostro sound tende affannosamente ad allontanarsi dai rocker che spadroneggiano nelle nostre terre di provenienza, che, nel dettaglio, sono Correggio per 2/3 dei Penguins, e Zocca per il sottoscritto. Ergo: Ligabue vs Vasco. Ergo: erbazzone vs crecentine+borlenghi.

Cos’è che vi accomuna ai pinguini, quelli veri?

Personalmente perché il pinguino maschio cova le uova, e quando cova non mangia, e nel tempo libero legge Balzac; poi perché i pinguini sono uccelli che hanno le ali che in realtà sono dei moncherini, e questa castrazione, questo bipede impacciato, questo essere che ha rinunciato al volo, può essere il simbolo di un’umanità che ha deciso di mettere da parte ciò che realmente non serve per vivere, che ha deciso di fare a meno del superfluo, ma al contempo si è privata anche dell’ebbrezza del volo, e dell’horror vacui di non avere più nulla di concreto sotto ai piedi.

Ci parlate dell’iGloo, ovvero il posto dove date alla luce i vostri pezzi?

L’iGloo è un’ex stalla nella campagna correggese, rimessa a nuovo nel corso degli anni per farla diventare la nostra sala prove; e quando abbiamo messo giù l’ultima tavola del pavimento in legno ci siamo detti “è il momento di farla suonare”, e così è stato. Alla gente piace venire a suonare per mangiare e bere bene, per stare in compagnia e per avere il pubblico a 20 cm dalla propria faccia. Anche se ci si sta in 80 stretti stretti, è come se fossimo in un locale da 500 persone. Ed è per questo che dall’iGloo sono passate alcune delle migliori band in circolazione in Italia. L'iGloo è nato, insomma, perché volevamo creare dei piccoli eventi, in formato domestico, per un pubblico (e dei musicisti) molto motivato. Basandoci su una triplice esigenza: offrire la massima libertà ai gruppi, fare pezzi nuovi, fare le prove, suonare sull’erba, suonare senza batterista, con due batteristi, a volumi improponibili; offrire del buon cibo, specialità locali come l’erbazzone, alimenti biologici o solidali, cucinati con zelo, amore e maestria; uscire dalla logica del denaro. A fare l’iGloo, nessuno ci guadagna niente. E senza il denaro certe cose diventano improvvisamente splendide.

Per il futuro, sotto quale aspetto pensate di dover migliorare?

Impegnarci per fare concerti a basso impatto ambientale. Non so come, ma ci penseremo. Roba tipo distorsori ecologici, ampli a pannelli solari, chitarre biodegradabili… Poi fare un pezzo da discoteca, di cui si innamorano i dj di mezzo mondo. Poi diventare endorsment dell’Electro-Harmonix. Per ora basta. Ma stasera avremo senz’altro altri aspetti da migliorare.

link:
www.gazebopenguins.com
www.myspace.com/gazebopenguins




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il gio 14 maggio 2009 da Roberto Paviglianiti
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