Dream Theater – Systematic Chaos

Dream Theater – Systematic Chaos

Il tipico compito ingrato. La recensione di un album che attendi da parecchio e che sicuramente preferiresti non giudicare per non incorrere nel temuto conflitto fra la ragione e il sentimento.

Molto difficile esprimere un parere, soprattutto imparziale, riguardo un gruppo al quale si è profondamente leagati, capace, con i fiumi di note scritti in carriera, di accompagnare la crescita dell’heavy metal, evolvendolo sino alle vette di una musica per “dotti”: quel progressive metal che i Rush nel lontano 1976 con l’immenso “2112” iniziavano solo a profetizzare.

E venne “When Day and Dream Unite”e come lui “Awake”, la interminabile “Change of Season”,e la classe di “Falling into Infinity” mentre a “Scenes from a Memory” spettava il compito di chiudere il millennio dei capolavori, raccolti devoti attorno a “Images and Words”, L’Opera d’arte.

Erano i Dream Theater che non accettavano compromessi, che andavano oltre la composizione, tra le trame dell’essenza stessa della musica a pescare il genio, l’intuizione, l’ispirazione al di là della loro tecnica sopraffina. Quel gruppo libero di suonare sempre cosa voleva, come voleva, quando voleva, senza paraocchi, senza confini, senza limiti percettibili, unico nel suo genere. Ecco, secondo molti quel “dream team”è rimasto nel secolo ventesimo e la loro trasposizione nel nuovo millennio non sembra che una scialba copia di tanto splendore.

Attenuando i giudizi precipitosi dei soliti disfattisti, gli album che il teatro del sogno ha offerto dal salto di millennio in poi risultano ben lungi dall’essere scarsi o vuoti, mantenendosi comunque ad un elevato livello qualitativo, molto ben suonati, soprattutto ben prodotti ma forse leggermente meno infarciti delle geniali intuizioni che contraddistinguono i loro illustri predecessori, fattore che forse li penalizza eccessivamente nella valutazione.

Toccò allora ad “Octavarium” essere la causa ultima della netta spaccatura tra i fan della band: “reo” di essere più semplice e lineare nelle composizioni,( molto, forse eccessivamente, melodico), l’album del ventennale della band aveva deluso molti e convinto altri, ribadendo comunque il concetto che i Dream suonavano la musica che volevano quando volevano, dimostrandosi di nuovo estranei ai vincoli di genere. Meno progressive metal quindi e molti riferimenti a hit radiofoniche in particolare a U2 e Muse, quest’ultimi particolarmente cari al batterista Portnoy.

Ecco dunque dove va ad inserirsi “Systematic Chaos”, fresco di pubblicazione, atteso inevitabilmente al varco da entrambe le “fazioni”.

In una tale atmosfera di attesa cade a fagiolo il nome della prima traccia: “In the Presence of Enemies- part1” apre le danze nel tipico Theater style con costrutti ritmici avvolgenti che giocano coi tempi dispari, lanciando le tipiche sferzate tastieristiche di un Rudess in buona forma. Una introduzione strumentale incentrata sul contrasto forte piano lascia il posto a una canzone costruita su una solida basa ritmica e che fa del groove e delle melodie vocali il vero punto di forza. La traccia si spegne dopo ben 9 minuti ma è solo un arrivederci alla fine dell’album che in coda presenta la seconda parte di una suite “scissa” di venticinque minuti totali.

“Forsaken”con il suo piglio radiofonico si avvicina notevolmente alle atmosfere di Octavarium ma nonostante la presenza di un buon guitar riffing risulta forzata nelle melodie e un pelino troppo scontata nel refrain che smonta la tensione accumulata nella strofa con linee vocali di scarsa presa e facilmente prevedibili.

Si fa un netto balzo in avanti con l’impatto di “Constant Motion: la terza traccia del lavoro suona, nel suo incedere massiccio e spavaldo, come un corposo omaggio ai Metallica di ..”and Justice for all”, e si rivela un continuo crescendo vorticoso che raggiunge il culmine nel break centrale veramente ispirato e coinvolgente.

Una nuova citazione attende alla traccia numero quattro: chiarissima l’ispirazione Darreliana nel riff che apre e contraddistingue l’andamento di “The Dark Eternal Night”. Il pezzo ha una struttura simile al precedente pur estremizzandone la dose di cattiveria nelle linee vocali e nel drumming mentre la consueta divagazione strumentale, pur gradevole, perde un po’ in coesione eccedendo nei repentini cambi di atmosfera.

“Repentance” è un pezzo strano: ultimo anello del multiconcept che partiva anni fa da “Glass Prison” ha una andamento lento e nasconde gli spunti melodici sotto una fitta coltre di sonorità oscure e psichedeliche che alla lunga però(10 minuti) rischiano di stancare.

L’influenza dei Muse si fa insistente e risulta essere l’asse portante di “Prophets of War” che si rivela una autentica sorpresa per chi è abituato al tipico sound del gruppo: una canzone che saltella quasi al tempo di disco music, tra falsetti vicino ai Queen di annata e il tipico arpeggio tastieristico "musiano" ben accompagnato dal fraseggio alla chitarra di Petrucci, molto attento alle timbriche e agli arrangiamenti. Però, seppur brillante nell’incedere e sostenuta dall’incessante lavoro al basso di Myung, la traccia non riesce mai a decollare pienamente lasciando qualche perplessità sulla effettiva riuscita dell’esperimento.

Le tastiere di Jordan Rudess contraddistinguono in negativo la prima parte della lunga “The Ministry of Lost Souls”, caratterizzata da sonorità vicine a quelle utilizzate in “Scenes Form a Memory”. Gli arpeggi alla chitarra delineano una linea armonica delicata e dolce che viene però appesantita dal’eccessiva pomposità delle orchestrazioni offerte dai synth del tastierista, reo di perdere troppo spesso la bussola dietro la sua effettistica sconfinata. La traccia risulta prolissa e un po’ ridondante nei suoi ricami melodici, ma si ha la sensazione che con ingenti tagli alla sua eccessiva lunghezza si potevano sfruttare meglio gli spunti interessanti del break centrale.

Tira le somme la seconda parte di “In the Presence of Enemies” che inasprisce il discorso interrotto nella prima parte e aumenta notevolmente la tensione fino a sfociare nella parte strumentale più tesa e schizzata di tutto l’album, imprevedibile e densa di intuizioni positive.

Settantotto minuti in tutto per capire se i Dream ci sono ancora o sono davvero persi ormai al di là del millennio. La sensazione principale che affiora è che l’album, pur essendo un lavoro discreto, difetti soprattutto in omogeneità e coesione, presentando un livello qualitativo dei pezzi incostante. Difatti degli ottanta minuti complessivi una buona trentina se ne vanno in eccessivi lirismi, psichedelie poco ispirate, virate dark di dubbio gusto e digressioni strumentali slegate nella costruzione. Soprattutto questo è il tasto dolente: i break centrali hanno da sempre contraddistinto lo stile del gruppo grazie a intuizioni geniali, cambi di tempo, break fusion, stop and go, arrangiamenti curatissimi e assoli ispirati. Negli ultimi tempi le divagazioni centrali tipiche hanno perso via via le loro caratteristiche peculiari, riducendosi nella maggior parte dei casi a una carneficina di riff molto validi, ben arrotati tra loro, accompagnati da qualche cambio di tempo o assolo, spesso “plettratissimo”. Manca così quell’ impredevidibità di fondo che era radicata come un marchio di fabbrica in ogni canzone del primo periodo; inoltre in alcuni momenti si avverte la sensazione che il gruppo giochi a stordire più che ad ammaliare e questo non è propriamente cosa ci si aspetta da un ensamble così dotato.

Dall’altro lato della bilancia pesano comunque degli spunti che riportano con la memoria ai giorni migliori, tracce dal buon tiro e una cura dei suoni e degli arrangiamenti veramente minuziosa.

In chiusura, non è superfluo considerare che i Dream Theater non si sono mai fermati per una vera pausa e nella loro carriera hanno sfornato diversi album con pochi anni di distanza l’uno dall’altro. Questo può aver causato una eccessiva forzatura all’ispirazione, dannosa per la capacità espressiva e compositiva di qualunque gruppo, seppur di così elevato valore.

Dunque in definitiva non una bocciatura per “Systematic Chaos”, ma si rimanda volentieri tutto il gruppo a una data possibilmente più lontana del solito per la prossima uscita. Altrimenti “Images and Words” rischierà davvero di essere lontano millenni…

Voto: 6.3

Di Emanuele Catani

DREAM THEATER – SYSTEMATIC CHAOS

È dall’uscita del capolavoro “Scenes from a memory” che ogni release discografica dei Dream Theater scatena un polverone, perché il combo newyorkese continua a cambiare traiettoria stilistica, spiazzando coloro a cui piace navigare in acque calme e conosciute: “Six degrees of inner turbulence” (che io amo alla follia, n.d.R.) per queste anime prave era troppo sperimentale ed elettronico, “Train of thought” (che io “stimo”, n.d.R.) troppo pesante e metal-oriented, mentre “Octavarium” (che io adoro, n.d.R.), al contrario, troppo melodico e con venature pop. Avrete capito dai miei commenti che io sono un fautore della nuova strada intrapresa dai Dream Theater, sono un fervido sostenitore del mutamento, anche se questo a volte porta ad una leggera inflessione qualitativa, perché non vorrei mai che uno dei miei gruppi preferiti diventasse patetico e rifacesse per tutta la vita “Images & Words” (tra l’altro, che senso ha desiderare un altro “Images & Words”, quando posso mettere su l’originale, che resenta la perfezione). L’ultima fatica “Systematic Chaos” non si svincola da quella che oramai è diventata una tradizione nel mondo metal e anch’esso spacca gli ascoltatori in due gruppi ben delimitati che si fanno la faida: i sostenitori apprezzano la tendenza alla perfezione di Portnoy e soci, i delatori li accusano di cadere in masturbazioni strumentali (è proprio questa l’espressione più usata) perché si lasciano andare a inutili tecnicismi (che è come accusare Umberto Eco di usare un linguaggio troppo forbito).

Queste, comunque, sono tutte chiacchere da bar, che poco devono interessare a chi vuole avvicinarsi a questo disco scevro da pregiudizi. Le cose che contano sono altre: “Systematic Chaos” è il primo album sotto l’egida della potente label olandese Roadrunner Records che garantisce ai Dream Theater quella libertà che troppe volte l’Atlantic ha cercato di negar loro (emblematico il caso “Falling into Infinity”, dove l’etichetta ha imposto al gruppo scelte che i membri non condividevano). Il disco è costruito in modo da avere un andamento circolare, con la traccia “In the presence of Enemies” divisa in due e posta ad aprire e chiudere l’album (niente di particolare certo, soprattutto se si pensa ai mille messaggi nascosti di “Octavarium”): la prima parte si presenta con un preludio strumentale ben costruito che crea l’atmosfera giusta per l’entrata in scena della voce di LaBrie che delizia l’ascoltatore con un’interpretazione sentita, quasi teatrale. È curioso notare come il sottotitolo “The Heretic and the Dark Master” sia esemplificativo del nuovo corso del songwriting del gruppo, che va a pescare in un immaginario quasi fantasy, roba che uno si aspetterebbe da ben altro genere di gruppi. Il caos prosegue con la toccante “Forsaken”, la canzone più “ruffiana” del lotto (non a caso è stata scelta per essere il secondo singolo), dove il cantato sofferto e il tappeto sonoro delle tastiere di Rudess donano fascino ad una canzone che non ha niente di innovativo ma è così catchy che il riascolto immediato è obbligato. Il singolo “Costant Motion” alza notevolmente il ritmo, riportandoci alle atmosfere di “Train of Thought”, anche se stavolta i nostri sembrano averle assimilate meglio. Il sound aggressivo e le chitarre di Petrucci richiamano il mondo del trash (molti dicono Metallica, ma a me ricorda di più i Testament), con Portnoy che non si accontenta di esibire un drumming potente e preciso ma si diletta anche nel canto, aggiungendo una dose di cattiveria in più che la voce del solo LaBrie non è in grado di assicurare. “Tha Dark Eternal Night” segue il canovaccio del predecessore e ci riporta nuovamente nel mondo fantasy, dove creature grottesche si danno battaglia tra antiche rovine, forze oscure vogliono distruggere tutto e antiche profezie fanno capolino: non è che i Dream Theater sono del tutto impazziti, naturalmente tutto questo non va letto in maniera analogica. Solo così si può scalfire la superficie e scoprire da cosa ci mettono realmente in guardia (non ve lo dico, compratevi l’album e divertitevi). Musicalmente parlando, la canzone offre uno stupendo contrasto tra la “mefistofelica” voce effettata di Portnoy e le clean vocals di LaBrie e uno stacco strumentale centrale da infarto. Si cambia totalmente atmosfera con “Repetance”: questa canzone fa parte di un progetto fortemente voluto da Portnoy che ha trasposto in musica i dodici passi per la disintossicazione degli AA (Alcolisti anonimi). Questa saga ha avuto il suo inizio su “Six Degrees” e qui vengono presentati i passi VIII e IX, i più intimisti, quelli che più portano empatia per le persone entrate in questo brutto tunnel. La voce delicata ci conduce lungo le strade del rimpianto tracciate dall’ VIII capitolo (Regret), mentre un evocativo tappeto sonoro fa da sfondo a Restitution (che dovrebbe essere il momento in cui si fanno le scuse alle persone ferite): a questo momento toccante hanno partecipato figure importanti del mondo metal (Akerfeldt, Ellefson, Gildenlow, Morse, Satriani, Vai, solo per fare alcuni nomi) porgendo le scuse per le “nefandezze” compiute verso le persone amate. Ancora non ho avuto occasione di parlare dal lavoro fantastico di Myung su questo disco: la personalità schiva del bassista lo porta spesso ad essere offuscato dall’istrionismo dei compagni, ma canzoni come “Prophets Of War” dimostrano che è col basso in mano è uno dei migliori al mondo. Il disco fila via che è una bellezza fino ai due colossi finali da un quarto d’ora cadauno: “The ministry of lost souls” e la seconda parte di “In The presence of the Enemy”. Questi sono anche i pezzi che più hanno dato paglia ai roghi della corrente antagonista: in realtà queste figure ricordano il professore de “L’Attimo fuggente” (se non avete visto questo film, ponete subito rimedio) che cerca di convincere gli studenti che la poesia si valuta con regole mutuate dalla matematica. È ovvio che questo è un atteggiamento idiota e io voglio fare per voi quello che Robin Williams ha fatto per quei ragazzi: chiudete gli occhi e lasciatevi scorrere le note di “The Ministry of Lost Souls” dentro, fatevi trascinare e le emozioni vi percorreranno la spina dorsale. Il disco si chiude con l’epica di “In The Presence of Enemies”, dove tutto il gruppo dona il meglio di sé ai fan: memorabile l’incedere guerriero del refrain al grido di “Dark Master i will fight for you!”. Una composizione veramente ispirata e al contempo inedita per i Dream Theater, a dimostrazione che il gruppo è tutt’altro che finito, come certe Cassandre vorrebbero far credere.

Mi sono dilungato molto, eppure ho la consapevolezza che neanche se continuassi all’infinito potrei chiarirvi le sfaccettature di quest’album: quindi il consiglio è di comprarlo (meglio se prendete la Limited Edition con il dvd bonus che presenta l’album mixato in 5.1 e un documentario di 90 minuti) e di lasciarvi trasportare dalla magia particolare del gruppo di New York. Non ve ne pentirete!

Voto: 8,5/10

Giannini Renzo