Intervista a Chiara Raggi

Intervista a Chiara Raggi

di Roberto Paviglianiti

L’album di Chiara Raggi “Molo 22” – debutto ufficiale dopo molti anni di studio ed esperienze anche al di fuori dell’ambito prettamente musicale – è una delle cose migliori transitata negli ultimi tempi nei nostri lettori cd. Quindi abbiamo voluto rivolgere alla cantautrice riminese, classe ’82, una manciata di domande pronte a cogliere i profili di una figura già ben delineata, arrivata senza dubbio a un punto di svolta del proprio cammino.

“Molo 22” potrebbe rappresentare per la tua carriera uno snodo importante, siamo della stessa idea?

“Molo 22” è il mio album d’esordio, l’album con cui mi presento al pubblico, e per questo credo sia importante. Nella vita di un musicista, o di un’artista, la differenza è “esserci oppure non esserci”. Io, con questo album, ci sono. Sono nata, sono venuta al mondo agli occhi di molti, ma il mio percorso arriva da lontano e per me questo disco è allo stesso tempo una fine e un inizio. La fine di una fase che ha richiesto grande impegno, nervi saldi, tanta passione e tanto lavoro. Per arrivare a questa fase ho dovuto scegliere con cura le persone giuste a vivere la mia musica. Ed è il mio inizio. Rimangono il grande impegno, i nervi ancor più saldi, tanta passione e tanto lavoro, ma una gioia nel cuore talmente grande per “esserci” che la voglia di scrivere e fare musica si è centuplicata. Quindi è vero che potrebbe rappresentare uno snodo importante nella mia carriera, ma sicuramente lo è già nel mio percorso di vita e di musica.

Il mare – inteso come scenario, atmosfera, profumi – quanto rispecchia la tua personalità?

Credo che chi sia nato e cresciuto vicino al mare abbia dentro un qualcosa in sé che ricorda la malinconia dell’inverno, l’impeto delle giornate di tempesta e la calma azzurra e cristallina della stagione estiva. Io sono una mescolanza di queste sensazioni e di queste immagini, che inevitabilmente entrano anche nel mio mondo musicale, oltre che personale.

Nel disco sei supportata da ottimi musicisti. Quanto è stato importante il lavoro svolto in studio e in che modo sei stata aiutata nel rendere le tue idee?

La parola lavoro è più che mai corrispondente se penso a questo primo album. La fortuna è stata incontrare Roberto Taufic Hasbun e cominciare un cammino attraverso le mie parole, le mie musiche e la sua grande sensibilità. La realizzazione è stata più o meno un parto, durata più di sei mesi. Momenti che ricordo con entusiasmo. Vedere con gli occhi di un altro le proprie “creature” aiuta a capirle meglio, ad amarne le peculiarità e la loro versatilità. Nuove creature.

Chi cerchi di raggiungere attraverso i testi che scrivi?

Nei testi delle mie canzoni parlo di me, delle esperienze e di ciò che vedo. Ogni tanto qualche volo di fantasia. Non ho un destinatario particolare. Scrivo perché è quello che so fare. Scrivo perché l’inchiostro sulla carta porta a un approfondimento della realtà. Obbliga alla riflessione, all’introspezione. È terapeutico ed è un modo di metabolizzare ciò che accade. Nel bene e nel male. Ma canto per tutti coloro che hanno voglia di ascoltare, per quelli che ancora guardano le sfumature, per chi affonda in quella striscia di mezzo tra il nero e la luce. Canto per chi si riconosce nei miei testi, in quel che vivo rendendo ancor più vere e autonome le mie canzoni.

La nostalgia, le foto in bianco e nero, gli orizzonti sfumati, sembrano elementi che si sposano con il tuo modo di essere cantatutrice. È così o sbaglio?

Non credo che ci sia un modo di essere cantautore. Quando dicono di me “non allineata ad un unico genere musicale” mi viene da ridere. Non voglio credere che esista uno “stile cantautore”, ma penso solo che ognuno abbia due colori. Una metà di noi è “open”, l’altra è nostalgia e tutto ciò che hai elencato sopra.

Cos’è per te la gratificazione in ambito musicale?

Interplay, diffusione, coralità. La verità della musica che passa attraverso le mie piccole mani e le mie corde vocali, attraverso i miei pensieri. Questo desidero, per questo lavoro, per questo ci dedico la vita.

La tua voce e le tue capacità interpretative sembrano quelle di un’artista navigata e ben formata. Ci racconti brevemente com’è andata finora e del tuo rapporto con il mondo della poesia contemporanea?

La passione musicale è sempre stata accompagnata dallo studio. Prima la musica classica, il canto, l’educazione musicale; poi il teatro, le favole di Stravijnski, l’armonia, il Brasile e l’ascolto del jazz. La poesia contemporanea è entrata nella mia vita in maniera decisa, attraverso gli scritti, i volti e le strette di mano dei poeti. Essendo molto legata all’idea di avere davanti orecchie ben disposte, ho trovato nei lettori e negli ascoltatori di poesia un pubblico fantastico. Da qui la lettura, la scoperta di linguaggi intraprendenti e sconnessi. E ancora sensuali e forti. Questa mie inclinazioni entrano probabilmente nel modo di fare musica.

Cosa pensi delle strade percorse da tuoi colleghi coetanei, tipo X Factor, per arrivare ad avere maggiore visibilità?

Sono coraggiosi. Non trovo siano strade sbagliate, sono semplicemente differenti. Le cose che mi spaventano dei talent-show sono le file interminabili per fare il provini e il tipo di “prodotto musicale” che cercano. Io, pur rimanendo in un’ottica lavorativa, preferisco parlare di “progetto musicale”. Quest’ultimo presuppone che ci siano elementi in divenire, che non sia tutto scritto e che, giorno per giorno, possa evolvere, mutare o rimanere simile a se stesso. La parola prodotto porta a pensare a un qualcosa di finito. Pronto ad essere venduto con quasi certezza di vendita e ricavi. Amo il rischio e l’eventuale stupore che ne può derivare.

Noi siamo pronti a scommettere sulle tue qualità, tu quanto credi in te stessa?

Direi abbastanza da pensare ad un secondo lavoro discografico! Ciò che mi dà forza è la limpidezza del modo in cui cerco di fare musica e la consapevolezza di aver studiato fino a oggi, con l’intenzione di approfondire ancora aspetti musicali che conosco meno. In ultimo vorrei dire che è stato proprio bello ed impegnativo (finalmente!) rispondere a queste domande, perché fatte da qualcuno che ha realmente ascoltato “Molo 22”.