Intervista a Lara Martelli

Intervista a Lara Martelli

di Roberto Paviglianiti

Quello di Lara Martelli è un caso singolare nel panorama rock/pop italiano. Sale per la prima volta alla ribalta nel ’97 vincendo la “categoria emergenti” di Sanremo Rock; da allora Lara è cresciuta, è diventata un’artista completa capace di realizzare album di valore come “Orchidea porpora” (2002) e “Cerridwen” (2007), ma – malgrado uno spessore artistico robusto – è rimasta per l’opinione comune una promessa, una curiosa novità.
Le abbiamo rivolto alcune domande, parallelamente alla consegna del premio come artista rivelazione indie-pop dell’anno al MEI 2008: ne è venuto fuori un punto della situazione, un piccolo riassunto della sua carriera prima di entrare in studio per un nuovo album, per una nuova avventura.

Quanto ti dà fastidio l’etichetta di eterna emergente?

Ci sono abituata. La prendo a ridere e voglio sperare che “rivelazione" è riferito all'album, non all'artista.

Ti senti nel pieno della maturità?

Mi sento un’artista in movimento, che sta andando avanti. Tutto il percorso fatto mi ha portato fino a dove sono adesso e a quello che sono. Come essere umano ho fatto tanta strada, ma il sentiero dell'arte, fortunatamente, non ha una fine.

Quanto ti è costata, in termini di popolarità, la volontà di rimanere indipendente dopo un avvio di carriera legato alle major?

Dipende. Ho conquistato un pubblico più attento, più esigente e affine alla mia vera natura. Questo è un bel traguardo. Ho ottenuto molto di più nell'underground che altrove. L'espressione vera dell'arte si manifesta spesso ai posti per pochi. D’altronde, se apri televisioni e giornali, qualunque persona con un minimo di decenza e amor proprio avrebbe voglia di rintanarsi in casa. È facile sporcare e sporcarsi; stiamo crescendo generazioni di figli di squallidi reality. Spero che tutto il marcio affondi.

Da “Orchidea porpora” a “Cerridwen” sono passati cinque anni, discograficamente parlando un’eternità. Come hai cercato di sfruttare al meglio tutto questo tempo?

Ho viaggiato, scritto, fatto la dj, preparato torte. Mi piace uscire con un album quando ho qualcosa di vero da dire. Tanto, l'affitto non lo pago neanche se faccio un disco l’anno. La mia fortuna più grande, il mio lusso, è prendermi tutto il tempo necessario per proporre il mio lavoro.

“Cerridwen” è sembrato rappresentare una svolta. Verso quale direzione?

Sinceramente, non lo so. È avvenuto tutto in modo molto spontaneo. La pioggia, l'inverno, gli angoli bui dove mi sono nascosta, ritrovare la bellezza, disfarmi delle cose in eccesso, dei vizi, delle persone sbagliate. “Cerrdiwen” è “Il cambiamento”. Andiamo verso la vittoria, come direbbe Rimbaud. Verso la scoperta, armati di curiosità e impazienza, ma troviamo anche il tempo di fermarci. Il tempo non è tiranno.

Cosa c’è dietro la scelta di questo titolo?

La magia mi ha sempre affascinato. Il contatto con la natura, il mistero, la mia parte nordica (Lara è di madre finlandese, ndr), le divinità protettrici degli artisti. Cerrdiwen è la dea dell'ispirazione: come potevo non sceglierla? È la mia musa, con lei mi sono seduta a esplorare.

L’album contiene dei bei contrasti tra suoni artificiali (loops, drumming, piano elettrico) e naturali (chitarra acustica, contrabbasso, tromba). Quanto è importante per te esplorare nuove vie d’espressione?

È fondamentale. Io sogno tantissimo, il sogno mi aiuta a creare nuovi percorsi. A volte sogno anni prima quello che farò, poi nel tempo trovo gli strumenti per realizzarlo. Io chiedo, chiedo, chiedo sempre nei sogni. Sarò stata figlia, in un’altra vita, di uno sciamano.

Ulteriori cinque anni per un nuovo lavoro o qualcosa bolle in pentola?

Sto già lavorando con la band: Pierfrancesco Aliotta, che è anche co-produttore artistico e mio bassista decennale; Claudia Della Gatta, violoncellista; Yoshimitsu al piano e rhodes; Marco Marzo alle chitarre e Mirko Brizzi alla batteria. Stiamo fremendo per entrare in studio. Ho scritto parecchio con il pianoforte, mi hanno ispirato tantissimo Thom Yorke e l'ultimo lavoro di PJ Harvey, “White Chalk”.

Le tue scelte sono spesso andate controcorrente. Quanto è difficile credere in quello che si fa e andare avanti senza un consenso legato al successo del grande pubblico?

L'importante è capire chi è il tuo pubblico e cosa vuoi da loro. È uno scambio. La musica è tra te e qualcosa di più grande. Le persone sono importanti: una o centomila non fa differenza. Se solo uno capisce e condivide i tuoi versi, hai raggiunto il cuore delle cose.

In un’intervista del 2002 hai citato, tra i musicisti che stimavi di più, gli Afterhours, i Marlene Kuntz e Cristina Donà. Ultimamente c’è qualche realtà che ha catalizzato la tua attenzione?

Di italiani nessuno. Tra gli stranieri direi Joan as Policewoman. Ma io, in questo momento, sento tutto il giorno Lou Reed. Sono in catalessi con i Velvet Underground.

Quanto del tuo modo di fare musica scaturisce dalla devozione a Jeff Buckley?

Lui è stato una fonte di vita, dalla sua arte sono scaturite migliaia di fiammelle. Credo che una si sia conficcata nel mio cuore.

Cosa vorresti cambiare del tuo passato?

Mi sarebbe piaciuto uscire direttamente con “Orchidea porpora”. Avrei saltato i primi anni di major, televisioni, frastuono. Poi ritrovare il filo è più difficile. Eliot diceva «il destino degli uomini è infinita fatica o infinito ozio, il che è anche peggio, o un lavoro irregolare, il che non è piacevole». Essere un’artista è tutte queste tre cose messe insieme. Avrei fatto tutto, non avrei fatto alcune cose.

Hai rimpianti?

Vivere di rimpianti è terribile. Ti dico solo una cosa: se ho dei rimpianti li pago ogni giorno, ma tanto ho poca memoria, finisco per dimenticare. Furba no?

link:
sito ufficiale: http://www.laramartelli.it/
myspace: http://www.myspace.com/laramartelli
recensione rockaction.it: https://www.rockaction.it/e107_plugins/content/content.php?content.646
wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Lara_Martelli