Intervista a Paolo Benvegnù: Tutti i respiri che ho

"Tutti i respiri che ho": Intervista a Paolo Benvegnù

di Roberto Paviglianiti e Ida Stamile


Abbiamo contattato Paolo Benvegnù a tre giorni dal concerto di Roma dello scorso 12 dicembre, l’ultimo di una lunga serie che ha consacrato il cantautore milanese, e la sua band omonima, come una delle realtà più importanti – per intenzione, stile, concretezza – del panorama indie italiano.
Durante questi due anni ci sono state uscite discografiche, tour virtuali, compilation, riconoscimenti e brani prestati a voci più famose.
Tempo di bilanci dunque, inevitabili, e di prospettive future, ancora incerte e da definire, organizzare e comprendere con estrema cautela.


1. PUNTO E A CAPO


Rockaction: L’ultimo biennio è stato per te un periodo molto intenso, caratterizzato da tanti live e diverse uscite discografiche. Un lasso di tempo importante.

Paolo Benvegnù: Penso che sia stato importante in generale per questa Nazione, non tanto per Paolo Benvegnù e i Paolo Benvegnù, perché siamo arrivati a dei punti di mancanza di sobrietà veramente grandi. Per quanto riguarda il piccolo mondo mio e dei miei compagni, tutti i giorni sono importanti. Quando fai la vita di sopravvivenza ogni giorno lo è. In realtà l’unico fatto veramente importante, almeno per quanto mi riguarda, è che sono diventato un uomo giusto, e questa era la cosa che volevo da sempre; sono felice e non è male. Per il discorso dei dischi, diciamo che si vendono poco, ma noi facciamo un po’ di concerti.

RA: Oltre 120 date dal vivo non sono così poche.

P.B: C’è ancora qualcuno che ci vuole sentir suonare e questo è un grosso privilegio, anche se poi non sempre si dicono cose nuove. Preferirei dire in ogni concerto qualcosa di nuovo, ma non è nel mio dna essere così veloce nel trovare nuove argomentazioni. Siamo contenti di aver fatto molte date, speriamo di andare verso un futuro dove ne faremo meno ma in maniera diversa, più profonda.

RA: Quando si ascolta Paolo Benvegnù si ha la sensazione che non abbia finora ottenuto quel che merita, in termini di popolarità e riconoscimenti. Sei della stessa idea?

P.B.: In realtà no, perché come autore di canzoni ho avuto già un sacco di restituzione. Nel senso che se pensi al miracolo che uno scrive a casa sua una cosa che poi dopo ha una corrispondenza anche all’esterno, non è poi così scontato. La mia restituzione già c’è. Come gruppo, quando andiamo a fare i concerti ci impegniamo al massimo delle nostre possibilità e sotto questo punto di vista mi piacerebbe fare, come dicevo prima, meno concerti ma con più possibilità di espressione, ma questo, essendo nati nel panorama, tra virgolette, indipendente, è un classico. Io sono contento di quello che ho e, a dir la verità, se avessi qualcosa in più penso che farei fatica, perché già così non ho mai un secondo per me, quindi mi va benissimo.


2. WAITING FOR TOPO GIGIO


RA: Nel tuo cammino artistico pensi di aver sbagliato in qualche occasione?

P.B.: No. Mettiamola così, anche trenta o quaranta anni fa c’era chi faceva intrattenimento e chi musica di poesia. Faccio un parallelismo con il cinema: c’era differenza tra Camillo Mastrocinque e Pasolini, però in mezzo c’era anche spazio per Elio Petri, per Germi, e per tutto un mondo che si innestava, vedi Monicelli che faceva la commedia italiana con profondità. La stessa cosa capitava nella musica e a maggior ragione succede adesso, a differenza che oggi la musica di intrattenimento è molto “dopata”, nel senso che ci sono tante persone con molta promozione alle spalle e questo non penso che sia un fattore così sano dal punto di vista dell’espressione. Penso di pagare fondamentalmente due cose: io purtroppo profumo di povertà, e quando uno è povero e deve badare alla propria sopravvivenza non è così brillante da fare gli aperitivi con le persone giuste; poi penso proprio di non avere ancora un talento espresso, ho tanto impegno e tanta volontà, ma non ho questo gran talento, e spero che il talento se un giorno verrà fuori me lo farà sapere, altrimenti non fa nulla (ride, ndr).

RA: Due le cover della tua “Il mare verticale” uscite nell’ultimo periodo: quella di Marina Rei nell’album “Musa” e di Giusy Ferreri nel suo "Fotografie". Che effetto ti fa sentire una tua canzone cantata da personaggi più popolari di te?

P.B.: Mi fa un effetto strano, ovviamente. Sei in camera tua e fai una canzoncina, magari ti emozioni nell’istante in cui la fai, alle volte ti emozioni anche quando suoni normalmente, e poi la senti rifatta da persone che hanno più possibilità di te dal punto di vista del farsi sentire: fa una certa impressione. Una volta che l’ho scritto il pezzo fa un po’ la sua storia da solo, perciò non è che ci tengo particolarmente, magari tengo di più al senso della scrittura. Certo, sentire Giusy Ferreri che canta “Il mare verticale” un po’ mi fa ridere, che ti devo dire? (ride, ndr) Aspetto che presto Topo Gigio canti “Suggestionabili” e poi sarò veramente contento.


3. LAST TANGO IN ROME


RA: Mentre lo intervistiamo, Benvegnù sta preparando il concerto di fine tour a Roma e ci svela qualche retroscena. A proposito di Manuel Agnelli, ospite speciale della serata, dice:

P.B.: Sono contento che ci sarà Manuel Agnelli, perché dopo tanti anni che ci sfioriamo e basta ci siamo ritrovati bene, e sono molto contento che abbia deciso di venire a fare un paio di pezzi con noi.

RA: E inoltre dichiara:

P.B.: Fondamentalmente visto che questo concerto si chiama “Dissolution”, tutto terminerà con la mia cacciata dal Paradiso, ovvero, molto probabilmente, è l’ultimo concerto che faccio da cantante e poi i Paolo Benvegnù ne prenderanno un altro, e io farò l’autista. Succederà questo al concerto, ma la cosa più interessante è quella che accadrà dopo: io raramente canterò ancora, per grazia e fortuna del Mondo. Anche se gli uomini sono fatti apposta per essere incoerenti; a me piace essere il più possibile veritiero nel dire le cose, ma invece ho capito che funziona tanto in questo momento storico fare una dichiarazione, proprio in maniera esagerata, e poi dire di essere stati travisati, allora sto usando lo stesso metodo (ride, ndr).


4. I GIORNI SCORRONO E L'IDEA CAMBIA


RA: Dopo l’uscita di “500” avevi annunciato un nuovo lavoro per fine anno.

P.B.: Le prospettive sono un po’ diverse. Il concerto al Circolo degli Artisti di Roma lo registriamo e faremo un disco dal vivo. Poi l’idea è quella di fare un album nuovo, ma non so, ogni giorno che passa ho un’idea diversa e vorrei veramente che la mia presenza non rompesse i coglioni, perciò ci devo pensare tanto; vorrei fare questa cosa in tutta grazia, e non so ancora cosa succederà ai Paolo Benvegnù. Sto scrivendo e so di essere diventato un cantante moderatamente bravo.

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RA: Perché un artista come te che vive la performance dal vivo in maniera viscerale, in pieno contatto col pubblico, ha deciso di divulgare l’ep “500” con un tour virtuale?

P.B.: Perché non eravamo sicuri che ci dessero delle date (ride, ndr). L’idea era più che altro di avere la possibilità di suonare in un teatro senza pubblico, una cosa che mi piace molto. Non ho tanto bisogno di un pubblico, il più delle volte il mio pubblico sono io. E anche nell’orbita di non voler rompere le scatole a nessuno, il fatto di suonare in un posto vuoto, era veramente perfetto.


RA: Nei tuoi live e nelle produzioni discografiche si sente molto l’influenza di una componente teatrale, ma anche di letteratura e cinema. Quanto influiscono queste correnti sull'elaborazione dei tuoi prodotti musicali?

P.B.: Non saprei. In realtà, specialmente per quanto riguarda le produzioni, cerco sempre di andare verso l’immaginario del gruppo che sta facendo un disco, cerco di capire e di instradare, vista la mia lunga esperienza, la loro espressione. Per quanto riguarda me è inutile dire che sono intriso di questa cosa, perciò letteratura, moltissimo il cinema e ogni cosa che vedo influenza la mia maniera di vivere la musica. E questo crea anche un diaframma tra la maniera di scrivere che ho io e la maniera che hanno altri, infatti per molti sono complicato e presuntuoso. Ad esempio: a me piace di più Werner Herzog di Sidney Pollack, e allora andando verso la complessità se devo spiegare le cose le spiego magari più in complessità. Il grosso limite è sempre quello di essere comunicativi e profondi con leggerezza, ancora non ci sono arrivato ed è una cosa sulla quale devo lavorare.


5. PAROLE D'AMORE


RA: Una delle tue caratteristiche è quella di riuscire a esprimere con la musica i medesimi stati d'animo che traspaiono dalle parole. Come riesci a creare quest'armonia tra melodia e testo?

P.B.: Non so se sono capace di fare questo (ride, ndr). So che ho passato gli ultimi anni a cercarmi e in questo “cercarsi” c’è stata una lotta molto dura, molto acre. Il mio vivere e il mio suonare e scrivere, non sono disgiunti. Adesso forse le cose cambieranno un po’, perché sono molto felice e sono una persona che ha ritrovato il sacro in sé, il sacro non religioso, il sacro quello umano, quello che parla dell’amore come negazione della morte. Non ho più paura di nulla e sono contento per questo, da qui a cercare di capire perché ogni tanto mi vengono delle canzoni belle è una cosa che cerco di non controllare, e come direbbe il maestro Vasco Rossi “vengono fuori da sole già con le parole” (imita la voce di Vasco Rossi, ndr).

RA: Hai nominato l’amore, che è stato il tema portante di questo periodo. La «fine dell'educazione sentimentale di Paolo Benvegnù», come tu stesso hai dichiarato, a quale tipo di maturazione musicale e personale ha condotto?

P.B.: Per gli uomini la cosa più importante è proprio l’amore. Ma non è una considerazione sdolcinata, parlo di tutte le sfumature che ha l’amore, specialmente le sfumature perverse, che fanno in modo che se non hai l’amore sei teso verso il vuoto, verso il nulla. L’amore per tutto, non specificatamente verso un oggetto, una donna, un uomo o un cane. Amore deriva proprio da a-mors, che significa “contro la morte”. Gli uomini hanno paura di questo. Io ho avuto paura nonostante non lo dicessi. Una volta che si impara questo, la vita è un po’ più leggera. Negli ultimi anni ho parlato tanto di desiderio, e desiderio vuol dire “verso le stelle”, e riuscire a vivere la vita in ogni istante con il desiderio di elevarsi verso lo stupore è tutto ciò che ho sempre cercato. Penso di averlo trovato, anzi sono sicuro di averlo trovato ora.


6. MA IL PAESE È DISATTENTO?


RA: A quasi un anno dalla compilation “Il Paese è Reale”, alla quale hai preso parte con il brano “Io e il mio amore”, è cambiato qualcosa dell’area indie?

P.B.: Sì. C’è più attenzione da parte degli addetti ai lavori, e proprio il fatto che Giusy Ferreri fa un pezzo di Paolo Benvegnù ha veramente dell’incredibile. Magari questa è una cosa casuale, ma c’è un po’ più di vicinanza tra il mondo d’intrattenimento e quello più poetico, più rilevante dal punto di vista della profondità e della proposta. Detto questo, il vero passo in avanti lo hanno fatto i musicisti italiani, che hanno più coraggio, sono meno legati al mondo anglosassone nel proporre le proprie cose e perciò è la musica italiana che sta crescendo in generale. Tutto ciò avvicina le persone leggermente più attente, in un momento storico dove la disattenzione la fa da padrone. Questo fa ben sperare, per quanto il tutto è molto regolato su quanto è figo questo e quanto è figo l’altro. Sarò un po’ antico, ma le cose non sono fighe: o sono belle o sono brutte. Riuscire ad estirpare questo genere di pensiero dai giovani under trenta è un ottimo obiettivo e speriamo che qualcuno riesca a farlo.

RA: Nelle vesti di produttore discografico, non pensi che sia arrivata l’ora di dare più spazio a chi osa e a chi propone cose senza seguire i trend e le mode?

P.B.: Ma per quello c’è X Factor giusto? (ride,ndr). Il talento c’è, io da produttore al di là di lavorare quasi gratis per fare dei dischi non so cosa fare di più. Il talento deve essere anche supportato dalla giusta ambizione. Il talento in sé non basta, bisogna essere anche essere oggettivi. Pensa a Syd Barrett, un grande talento, ma completamente traslato dal Mondo. L’oggettività, specialmente in un progetto all’inizio, è molto importante. Vedo tanti gruppi senza un gran talento che riescono a temperare questa cosa e se nessuno se li fila capiscono che hanno qualcosa da migliorare. Vedo anche molti gruppi che hanno la presunzione di essere dei geni nonostante non dicano nulla. Per far uscire il talento bisogna vivere il fatto di suonare non come una professione, ma come stato di vita.

RA: Pensi che la musica, e l’arte in genere, possa riuscire a svegliare l’individuo dell’attuale società da questo torpore intellettuale?

P.B.: Ci sono tutti gli strumenti per svegliare dal torpore. Ci sono nella musica, nella letteratura e nelle arti figurative. Molte persone sono talmente perse nel cercare se stesse e nel trovare la propria identità che ovviamente non possono essere attente. La disattenzione è il vero problema, e sta nel fatto che tutti vogliono essere fighi, vogliono essere grandi attori e dei grandi personaggi. Il risveglio è davanti ai nostri occhi, è nelle nostre mani, però è molto più semplice perdersi nel voler essere “i migliori”, invece bisogna capire il proprio limite senza l’ambizione di essere un nuovo Berlusconi. Abbiamo la fortuna, nel nostro Paese, di avere il Presidente del Consiglio che incarna il “turbo-capitalismo”, dal punto di vista peggiore, e penso che ci siano tante persone anche dall’altra parte della fazione politica che hanno il medesimo problema. Invece, la vita è molto più semplice, ed è tutta vicino a noi.