Intervista a Paolo Fresu: Una storia apparentemente normale

Una storia apparentemente normale: Intervista a Paolo Fresu

di Roberto Paviglianiti


È veramente difficile tenere il discorso fermo su un unico punto quando dall’altra parte del telefono c’è Paolo Fresu, uno dei jazzisti italiani più apprezzati nel mondo, ma anche produttore artistico e – per dirla con le sue stesse parole – stimolatore culturale.
Partiamo da “Think.”, il secondo capitolo musicale con Uri Caine arricchito dalla presenza dell’Alborada String quartet, e lasciamo che la corrente ci trascini fino a parlare delle collaborazioni in ambito pop, dei festival, ai nuovi orizzonti del disco per ECM e all’autobiografia in uscita questi giorni, insomma, fino a esaurimento scheda.


SUONARE IL SILENZIO


Partiamo da una tua dichiarazione: «Il suono diventa magia solamente se c’è un silenzio che lo giustifica».

È un concetto che ho mutuato molto dalla filosofia di Miles Davis, ma che può radicarsi anche in altre musiche diverse, naturalmente. La magia del suono sta nella capacità di relazionarsi con il silenzio. I grandi musicisti sono stati quelli che sono riusciti a confrontarsi con questo silenzio apparentemente vuoto, ma che poi è ciò che dà un senso alle note. All’origine non c’è suono, è un qualcosa che si crea volutamente, mentre il silenzio parte della natura. La magia del modo di suonare di Davis stava nel comparare queste due cose: usare il suono pur rappresentando il silenzio.
Questo aspetto mi interessa particolarmente. Trovo che la magia in musica sia nella capacità di creare un suono riuscendo a lasciare molto spazio al silenzio, perché è il silenzio che permette poi all’immaginazione di pensare a quello che c’è e che non c’è, e all’ascoltatore di partecipare all’evento. Se un musicista suona troppo non lascia spazio per pensare, se suona meno permette a chi non c’è di partecipare all’avvenimento.

Mi parli dei silenzi che ci sono tra te e Uri Caine nei due album in studio “Things” e Think.”?

Sì, ce ne sono anche lì. Questa idea di rapporto tra suono e silenzio cerco di metterla in atto in tutti i miei gruppi. Non è casuale che mi piacciano molto le situazioni cameristiche, anche se quando suono con Antonello Salis e Furio Di Castri di silenzio ce ne è poco (ride, ndr). Prediligo formazioni piccole, senza batteria, perché non essendoci la batteria c’è molto spazio per il suono e dunque per il silenzio. Mi dà una libertà che se ci fosse la batteria verrebbe a meno. Nel caso dei lavori con Caine c’è molto il rispetto del silenzio, perché entrambi siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Anche se in “Think.” avete aggiunto il quartetto d’archi Alborada. Come è nata l’idea?

Con il quartetto d’archi ci lavoro da molti anni, è una cosa che a me piace molto e il quartetto Alborada, con il quale ho realizzato diverse esperienze, in modo particolare. Quindi, dopo il primo fortunato album “Things”, è nata l’idea di fare un secondo lavoro. Ci incuriosiva l’idea di aggiungere all’interno del gruppo qualcosa. Con Uri abbiamo pensato che la soluzione di avere un quartetto d’archi poteva essere interessante, perché non toglieva niente al duo e allo stesso tempo permetteva di aggiungere una voce in più, in questo caso una voce corale. Abbiamo portato in studio diversi brani e poi quelli che ci piacevano li abbiamo inclusi nel disco.

Tu e Uri Caine, visti da fuori, avete molte affinità musicali e non. In cosa vi differenziate?

Bella domanda. Sì, è vero che abbiamo molte affinità, nel senso che entrambi amiamo diversi mondi musicali, come la musica classica, barocca, ma anche la sperimentazione. Forse Uri rispetto a me è un grande arrangiatore, io lo sono di meno, non scrivo per grandi organici salvo in rare occasioni. E poi bisogna dire che veniamo da due background culturali diversi: lui ha una cultura yiddish, poi si è stabilito a Philadelphia e da lì a New York, lo definirei un musicista metropolitano; io sono un musicista locale, vengo da un piccolo paesino della Sardegna (Berchidda, ndr).
La dimostrazione che poi tutto il mondo è paese e che le geografie siano per lo più immaginarie, sta nel fatto che ci troviamo sul palco a parlare la stessa lingua senza problemi, nonostante le culture, apparentemente, molto distanti. Non abbiamo mai avuto bisogno di dirci più di tanto, saliamo sul palco, suoniamo, finito il concerto pensiamo ad altro, c’è una grande affinità. Questo deriva da molte cose comuni, come la curiosità intellettuale, e la diversità di background non ci tiene distanti.


ORNELLA AND OTHER STORIES


Sulle pagine di Rockaction trattiamo solitamente di rock-pop, che poi è il punto da dove è partita la tua carriera. Che rapporto hai oggi con questo emisfero musicale?

Tra le mille cose che ascolto, di rock, ad essere sincero, ne ascolto poco, non ne conosco molto di quello attuale. Ma non perché non mi interessi, ma perché è difficile seguire tutto con quella profondità che merita. I miei ascolti di casa sono principalmente il jazz, la musica classica e la musica del mondo, ma è anche vero che ho registrato in tempi non sospetti un brano di Alice Cooper (“Only Women Bleed”, ndr).
Seguo di più il pop, ma questo deriva anche dalle mie molte amicizie in quel ambito e dalle molte collaborazioni. In questo momento stanno per uscire tre dischi nei quali sono coinvolto: quello di Paola Turci, dove c’è un mio assolo in “Dio come ti amo” di Domenico Modugno; c’è una collaborazione con Ornella (Vanoni, ndr) per un prossimo lavoro, e con Claudio Baglioni. Poi nel passato ci sono state molteplici esperienze: con Alice, i Negramaro, con i Nomadi e tanti altri. Io non sono un turnista, ho la fortuna di fare nella vita quello che mi sento di fare, e quando partecipo a questi progetti – come dire – non le faccio per lavoro, ma perché mi piace farlo. Se ci sono dei progetti, che siano rock o pop, che mi interessano e mi solleticano, quando sono invitato a farne parte è un piacere; a tanti dico anche di no, vado molto a feeling.

Quindi non ne fai una questione di stile musicale.

A volte da questi lavori nascono cose anche più profonde, come quella con Caterina Caselli che con la Sugar ha prodotto un dvd che mi vede incontrare un’orchestra zulu in Sudafrica (“Zulu meets Jazz” del 2008, ndr). Idealmente non metto barriere e paletti a niente: ci sono delle musiche importanti, altre meno, come ci sono dei musicisti bravi, dei musicisti creativi, poi se questi siano rock, pop o jazz non mi interessa. Naturalmente un mio ambito c’è, ma quando posso mi sposto anche in posti diversi, l’importante è che mi stimolino creativamente. Sono mondi che si possono congiungere e completarsi, e quando la musica è di qualità, e se i musicisti sono qualitativamente importanti, è bene sempre farne parte.


IL QUARTO STRUMENTO


Qual è il tuo rapporto con le soluzioni elettroniche?

Credo di essere stato uno dei primi, per lo meno in Italia, a usare l’elettronica sulla croma. Naturalmente c’erano già degli esempi molti importanti come quelli di Jon Hassell, Mark Isham e altri. Ho iniziato a usare l’elettronica perché mi piaceva l’idea di affinare le possibilità dello strumento, mi ha aperto un mondo e poi lavorando ho capito che potevo allargare le mie possibilità. Considero l’elettronica il mio quarto strumento – dopo il flicorno, la tromba e la tromba con la sordina che è una cosa a parte -, perché è uno strumento che va usato con un pensiero creativo diverso. Quando interagisco con l’elettronica la mia testa pensa diversamente da quando suono gli altri strumenti. È un mezzo che mi permette di andare in mondi musicali molto diversi. Spesso ho fatto dei reading con personaggi come Lella Costa o Ascanio Celestini, lì l’uso dell’elettronica è importante perché in qualche modo fa sì che il mio strumento diventi una voce polifonica e permette anche a me di raccontarmi con un'altra voce.

Una voce proiettata nel futuro?

Sì, da una parte mi permette di arrivare molto avanti da un punto di vista musicale, ma anche molto indietro, anche se può sembrare un controsenso, mi consente soprattutto di trovare un rapporto ancestrale con la musica. Mi spiego: l’harmonizer non perfettamente intonato, gli echi, certe lande sonore costruite attraverso dei riverberi molto lunghi, mi riportano molto all’Africa o a un luogo mistico della cultura orientale. Può sembrare un controsenso, ma l’utilizzo dell’elettronica mi riporta indietro a un aspetto tribale e primitivo della musica, che tra l’altro trovo molto in Jon Hassell e nel suo bellissimo "Flash of the Spirit". Questo atteggiamento con l’elettronica mi serve per spogliarmi della contemporaneità e ritornare indietro con una macchina che dovrebbe essere un segno di modernità. Questo contrasto è molto, molto interessante, quindi per quel che mi riguarda usare le macchine vuol dire andare verso questa direzione.


FRESU AHEAD


Sei tra i jazzisti più affermati al mondo. Inizi a sentire il senso di responsabilità nei confronti di chi ti segue e si aspetta sempre grandi cose?

Sì e no, sono sempre stato abituato a fare quello che mi passava per la testa senza pormi mai il problema di come il pubblico possa reagire e di come la gente può prendere i progetti, e in questo senso sono stato molto fortunato, anche perché faccio delle cose molto diverse tra loro. Magari è possibile che il pubblico resti un po’ spaesato: Poalo Fresu è difficilmente riconoscibile. Questa è una cosa che mi stimola molto e mi permette anche di rischiare, di vedere le cose sempre in modo diverso e di non adagiarmi. Un’altra lezione che viene da Davis e dal suo “Miles Ahead”: andare avanti senza voltarsi troppo indietro.

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Nessuno ti ha mai posto delle condizioni?

Non ho mai avuto nessuno che mi ha detto cosa dovevo fare, nessuna etichetta discografica, e posso dirlo a voce alta, neanche la più importante. Non mi hanno mai indicato la direzione, sono sempre stato io a decidere e proporre le persone con le quali suonare. Un’unica volta il produttore della BMG francese mi disse: «se vuoi il prossimo disco lo puoi fare con i migliori musicisti del mondo, scegli tu, noi li paghiamo senza problemi, e ti diamo il miglior studio del mondo», ho detto di no, preferisco suonare con i musicisti con cui collaboro ogni giorno.


GIOVANI E FESTIVAL


In che modo ti relazioni con i giovani musicisti?

Sento la responsabilità di quello che posso rappresentare per i giovani, perché non sono solo un musicista, mi ritengo uno stimolatore culturale. Sono il direttore del Festival Jazz di Bergamo, e con il mio festival che va avanti da oltre venti anni (Time in Jazz a Berchidda, http://www.timeinjazz.it/, ndr) traccio delle strade maestre per il futuro di questa musica. Oggi ci sono tantissimi giovani in Italia che suonano veramente da dio, mai vista tanta gente così brava, preparata, creativa. È un momento particolarmente fertile per il jazz. Ai giovani musicisti cerco di dare dei consigli per realizzare i dischi, oppure propongo i progetti più interessanti nelle mie rassegne. La responsabilità deve essere quella di porsi il problema di come il fatto che tu sia conosciuto e rispettato possa essere utile anche agli altri.
Non sono uno scopritore di talenti come Enrico (Rava, ndr) che prende i giovani musicisti e li fa suonare nei suoi gruppi, io preferisco lavorare con i miei compagni abituali e faccio con i giovani un lavoro diverso, cerco di farli esprimere nei contesti ideali, trovando giusto che facciano il loro percorso. In qualche modo, venendo anch’io dalla periferia, so che non è facile farsi notare e credo anche che ci sia una bella responsabilità da parte degli organizzatori dei Festival.

Nel senso che non lanciano spesso nomi nuovi?

In Italia hanno poco coraggio, farebbero bene a rischiare un po’ di più, chiamando anche musicisti che non sono noti a costo di avere meno pubblico, perché solo così ci sarà una crescita e un ricambio generazionale. "Berchidda", in tal senso, è unico, perché la gente viene senza sapere neanche chi c’è, si fida di noi dopo tanti anni che abbiamo lavorato in un determinato modo. L’attenzione ai giovani è un fatto importante. Certo, l’Italia di oggi è quella che è, con tutti i problemi che ci sono questa mia idea sembra un’utopia, ma un po’ di buona volontà permetterebbe al jazz italiano di essere ancora più interessante di quanto lo è già.


UNA STORIA NORMALE. APPARENTEMENTE.


Esce in questi giorni la tua prima autobiografia intitolata “Musica dentro” e prossimamente il tuo disco per ECM insieme a Ralph Towner. Come ti senti?

Sono molto contento di questo anno. Debutto in ECM con un progetto particolare, in duo con tromba, flicorno e chitarre acustiche, con un suono molto ECM: è un bel traguardo, perché non è importante in sé suonare con l’ECM, ma dipende cosa ci fai all’interno.
Scrivere poi, mi è sempre piaciuto molto, ed essere arrivato all’autobiografia a quasi 50 anni è un traguardo bellissimo. Arriva in un momento importante della mia vita. Ho iniziato a lavorarci diversi anni fa, sentivo il bisogno di raccontare la mia storia in modo personale e questa autobiografia mi mette a nudo e mi obbliga a ricostruire un pensiero complessivo che per me è apparentemente normale ma, come in tutte le cose normali, c’è un pensiero differente che appartiene a ognuno. Il libro mi racconta bene e mi ci riconosco del tutto. Non parla solo della musica, ma anche del rapporto con la tradizione, con la lingua, i luoghi, gli incontri; scrivendolo ho approfondito anche cose di me stesso che non conoscevo, come per esempio perché suono un brano piuttosto che un altro o come suono uno standard. È stato un approfondimento personale che spero essere riuscito a portare all’esterno. Ho capito molte cose di me stesso, penso che possa solleticare l’interesse dell’appassionato di jazz e anche di una persona qualsiasi, che attraverso questa storia apparentemente normale si possa riconoscere.