Intervista ai direttori della Roma Rock School

Intervista ai direttori della Roma Rock School

di Emanuele Catani e Renzo Giannini

Quante persone amano il Rock! E quante persone desiderano con tutto il cuore di riuscire un giorno a suonare su un palco con una folla in delirio ai propri piedi. Beh, la Roma Rock School, prima scuola di musica Rock in Italia, Ë il primo passo sicuro da compiere in direzione del sogno tanto bramato. Piena competenza e serietà, grande organizzazione, metodi innovativi e soprattutto il parco insegnanti migliore nel panorama nazionale a servizio di chiunque voglia iniziare a costruirsi un futuro luminoso nel campo della musica.
Abbiamo fatto una chiacchierata con Gianluca Perdicaro e Serena Ottaviani, i direttori della Roma Rock School, musicisti affermati e giovani ma già con esperienza da vendere, che ci hanno in proposito descritto nei minimi particolari la loro scuola, i loro metodi, i progetti, i sogni e soprattutto le innumerevoli possibilità che le loro lezioni offrono agli allievi.

Il vostro parco docenti è altamente specializzato. Viene quindi naturale chiedersi se gli studenti che si rivolgono alla vostra scuola debbano avere già un qualche tipo di esperienza o possano anche essere inesperti alle prime armi.

GIANLUCA: Il fatto che alla Roma Rock School si facciano corsi altamente professionali e ci siano i migliori docenti del settore, non significa che noi vogliamo e dobbiamo avere allievi già professionisti. I nostri corsi prevedono dei livelli di approfondimento e crescita didattica, dei programmi di studio ben organizzati per far sì che si possa partire da zero e piano piano crescere. Ogni allievo che viene qui ha il diritto di sedersi in segreteria e prendersi tutto il tempo necessario, aiutato dai membri dello staff, per scegliere il corso più adatto alle proprie esigenze. Veramente, si possono presentare qui dal bambino di otto anni che si vuole accostare alla musica (come già è successo) fino ai diplomati al conservatorio che vogliono prendere la specializzazione con uno dei nostri maestri. L’unico requisito veramente richiesto è la voglia di fare: qui si studia più che in ogni altra struttura, quindi si deve venire convinti e sapendo che ci sarà da faticare. Per i corsi professionali abbiamo dei test d’ingresso molto tosti (sono a numero chiuso), dopotutto siamo sempre un’accademia e puntiamo più sulla qualità che sulla quantità. I test di ingresso consistono di due prove: una tecnico pratica e una teorica armonica, con quest’ultima che corrisponde per l’80% alla preparazione per una licenza di teoria e solfeggio che Ë il primo grado per diploma in strumento al Conservatorio.

Quanto durano i vostri corsi?

SERENA: Il corso professionale dura cinque anni se lo si inizia da zero (se fatto con impegno e profitto). Naturalmente se al momento del test di ingresso l’allievo risulta avere una buona preparazione di base, c’è la possibilità di passare direttamente al secondo o al terzo anno. Quello che ci interessa è che lo studente esca dalla RRS con la massima preparazione possibile e che si possa interfacciare con il mondo del professionismo con un bagaglio all’altezza della situazione. Quello che noi diciamo sempre ai nostri ragazzi, cosa che altri non fanno, è che la RRS è il primo gradino non l’ultimo: anche noi maestri continuiamo a studiare giorno dopo giorno!

Durante l’anno organizzate eventi?

GIANLUCA: La Roma Rock School è anche management, quindi organizzazione eventi; noi abbiamo abolito il “saggio”, perché è riduttivo e piuttosto frustrante suonare per dieci minuti dopo un anno di lavoro, ma organizziamo costantemente esibizioni durante l’arco dell’anno nelle quali gli studenti dei nostri corsi professionali hanno la possibilità di mettersi alla prova. Abbiamo creato un circuito di locali ai quali ci appoggiamo per far esibire i nostri allievi (come Stazione Birra, Traffic, Init) perché riteniamo fondamentale che i ragazzi applichino sul palco, regolarmente, le cose che studiano; in questo modo, oltretutto, li aiutiamo ad introdursi nel mondo del lavoro il prima possibile. Infatti, grazie a questo modo di operare, la RRS ha già piazzato diversi suoi allievi nel campo professionale (un esempio su tutti, un nostro tastierista è in tournee con Giò Di Tonno). Noi portiamo regolarmente diversi ragazzi ai provini delle case discografiche, siamo responsabili per il centro Italia di Sanremo Rock: ci preoccupiamo di inserire nel mondo del lavoro i nostri allievi. Per noi è molto importante che i ragazzi non rimangano chiusi dentro le stanze a suonare per diventare molto preparati ma senza essere conosciuti da nessuno! Tra gli eventi che organizziamo c’Ë anche la Roma Rock School Competition, organizzata per assegnare le borse di studio e per dare spazio alle band emergenti. Ogni anno assegniamo più di dieci borse di studio, ma preferiamo non farlo ascoltando i ragazzi in asettiche audizioni nelle aule, bensì vedendoli all’azione direttamente sul palco e questa competition gratuita serve proprio a questo. Lo scorso anno abbiamo organizzato anche Il “Rock On Week”, tre giorni di clinic gratuite con tutti i nostri docenti. Abbiamo anche ospitato delle mostre come ad esempio “L’arte è Rock”, una mostra multiarte (fotografia, scultura, cortometraggi, teatro), e una mostra fotografica di Daniele Polito, nostro fotgrafo ufficiale dotato di una particolare bravura e sensibilità artistica.

Dunque, possiamo dire che il vero obiettivo della scuola va ben oltre il solito corso di tecnica e derivati…

SERENA: i nostri allievi sanno che il nostro obiettivo è legare alla tecnica vocale o strumentale, ovviamente imprescindibile, tutto ciò che è l'atteggiamento scenico, puntando, come fanno all'estero, a creare non solo dei cantanti ma dei veri performer. Abbinare quindi alla tecnica e alla interpretazione anche il movimento scenico e la capacità di gestire una esibizione.

GIANLUCA: In sintesi quindi formare dei musicisti professionisti completi. Noi, ad esempio, non consideriamo mai un cantante diverso da un musicista! Un vero cantante deve, secondo noi, conoscere le stesse cose che conoscono i musicisti e saperle poi coniugare con il fardello ulteriore di dover gestire il palco da vero frontman. Questo ci differenzia non poco da quello che abitualmente succede in Italia. Parlando di spettacolo nella nostra nazione spesso si finisce ad intendere qualche mossa sul palco e poco più.
Inoltre quando si parla di spettacolo oggi si corre il rischio di essere avvicinati a operazioni commerciali tanto in voga di questi tempi come "Amici” o altro , che in effetti spettacolarizzano la didattica allontanandola molto dalla verità e quindi di contro ci si allontana da una visione più ampia della musica senza perciò considerare che per fare il cantante non basta cantare bene: serve qualcos'altro e questo in Italia non viene considerato.

SERENA: E ovviamente lo stesso discorso vale anche per i musicisti: al suonare bene c’è bisogno di aggiungere la capacità di vivere l'ambiente scenico, di trasformare lo spazio scenico in qualcosa di magico. L'artista è un po' un mago per certi aspetti: deve creare un'atmosfera e saper sostenere una sorta di magia intorno a se nel momento dell'esibizione e non solo. E ciò non significa fingere, ma rispettare questa professione e la sensazione di magia che deve rimanere intatta.

Dicevi però che in Italia sotto questo punto di vista la situazione non Ë delle migliori..

GIANLUCA: Il senso dello spettacolo come pure la tradizione dello spettacolo nell’ambito musicale in Italia sono piuttosto scarsi ma è in realtà dovrebbero essere fondamentali. Di artisti come Renato Zero che negli anni settanta componevano, si costruivano gli abiti da soli e sul palco sapevano ballare, ( in grado quindi di sposare appieno il periodo glam da David Bowie in poi) ce ne sono stati ben pochi. Al di là dello stile e dei gusti personali lui rimane uno dei performer migliori che abbiamo anche se successivamente ha fatto una scelta diversa dal punto di vista stilistico, resta il fatto che ancora oggi quando sale sul palco Ë in grado di starci. Potrà sembrare strano ma Massimo Ranieri, benchè sia artefice di un pop tipicamente italiano, è un altro grande performer: può non piacere ai ragazzi di oggi ma è comunque molto abile a muoversi sulle assi. Stesso discorso per Morandi..

SERENA: muovendoci sempre sul panorama italiano, spostandoci però in altri campi, come non menzionare Vasco Rossi, che è un artista che regge la scena in maniera ottima, e come non citare Piero Pelù che è stato probabilmente fra i primi a saper monopolizzare l'attenzione su un palco, mutuando dal teatro e dal mimo l’arte di sorprendere ed ammaliare.

Ma secondo voi l'essere Performer si può insegnare?Non si corre il rischio di avere un risultato artificioso poi nell'esibizione?

GIANLUCA: Mi dai il la per spiegare un'altra missione vera e propria della Roma Rock School. Dunque, quello che dici, purtroppo, si avvicina ad altre due tipiche consuetudini italiane: “ma se studio queste cose poi sembrerò un falso! queste cose non si studiano!! O le so fare oppure salgo sul palco e mi lascio andare e qualcosa verrà fuori!". L'altra cosa è: "il rock non si insegna, perchè il rock è uno stile di vita, Ë un modo di pensare e una passione, e quindi o ce l'hai o non ce l'hai!!"
In realtà il motivo per cui gli americani o gli inglesi ci sono largamente superiori, nella composizione come nelle performance sul palco appunto, e come gestione dell'arte in generale, nasce proprio da questo nostro sbaglio: nelle scuole americane o inglesi(o anche nordeuropee), differentemente dalle nostre, si insegna dall'inizio tutto ciò.
..all'estero a quindici anni si sale sul palco sapendo che non si deve semplicemente eseguire tecnicamente il pezzo. Quella in realtà sarebbe solo la base ma, purtroppo, in Italia ci si ferma li, considerando come unico obiettivo quello di diventare tecnicamente dei bravi musicisti o cantanti. Fatto quello abbiamo l'impressione che sia terminato il nostro compito mentre in realtà non è così, è solo l'inizio del professionismo. E il professionismo e soprattutto l’Arte sono ben altro ed Ë importantissimo riuscire ad essere in grado di utilizzare la tecnica appresa al cento per cento e metterla a favore e a servizio dell’ Arte. Bisogna essere in grado di esprimere qualcosa in più, perché la sola tecnica fine a se stessa di fatto non ci può differenziare da un altro artista: prendiamo due chitarristi che hanno studiato la tecnica perfettamente, qual'è in tal caso la differenza tra di loro? perché qualcuno sceglie l’uno e altri scelgono l’altro? Semplicemente perché ognuno ha una sua caratteristica artistica, una sua personalità, ben diversa da quella dell'altro. E' la personalità artistica che conta.
Quindi tornando alla domanda. No, l'artefatto è Paolo Meneguzzi, cioè un artista che, secondo me, si è semplicemente messo un vestito particolare perché in quel momento va di moda quel vestito; quindi sale sul palco e interpreta un ruolo perché gli è stato chiesto di farlo. Questo è quello che si fa in Italia, "il vestito della domenica" sostanzialmente. Diventare dei Performer non significa quindi mettersi il vestito della domenica, bensì essere in grado, attraverso lo studio, di interpretare così come fa un attore. E poi, se in Italia abbiamo degli attori teatrali fra i migliori al mondo, perché non considerare questa cosa per migliorare anche nel campo della musica?

Beh, in effetti si sente tanto parlare di modalità di comportamento sul palco ben studiate dagli attori mentre per quanto riguarda la musica si parla solo e sempre di tecnica..

SERENA: perché difatti il teatro si studia molto, sin da piccoli mentre il canto no? La musica rock non si può studiare perché viene da dentro? Questa, purtroppo, ribadisco: È una cosa tipicamente italiana.
Scomodando un nome enorme posso fare un esempio chiarificatore. Prendiamo Freddie Mercury. Attraverso You tube ho visionato vari filmati e ho notato una differenza lampante tra i suoi comportamenti dei primi tempi e quelli successivi. Nella fase iniziale della carriera dei Queen, Freddie era spesso chino sul pianoforte, intento in atteggiamenti scenici piuttosto goffi e a sforzarsi, con risultati altalenanti, di tenere adeguatamente le note. Invece il Freddie di qualche anno dopo sfoggiava una postura monumentale abbinata ad una tecnica micidiale. Cosa è successo li in mezzo nel periodo di tempo che separa i filmati? Sicuramente non un miracolo ma, come confermano le sue dichiarazioni, si è messo di impegno ed ha studiato.
Era comunque già il fenomenale Freddie Mercury, solo che aveva bisogno fondamentalmente di trovare qualcuno o qualcosa che tirasse fuori questo suo talento. Poi, certamente, se tu mi chiedi se il talento si può studiare, io ti dico di no: il talento Ë una cosa con cui tu nasci. Però il talento lasciato così, a se stesso, è una cosa letteralmente sprecata. Così come l'arte va studiata e poi messa da parte, il talento va studiato ed educato per farlo uscire fuori e permettere che continui ad essere tale nel tempo.

Effettivamente con il tempo il talento potrebbe attenuarsi e non avere più la brillantezza degli esordi.

SERENA: Lo studio deve sostenere il talento. Se un cantante con grande talento non studia dopo 10 anni ha un calo fisico. E' il corpo che canta. Ossatura e muscolatura generano il suono. E se questo corpo non Ë allenato dopo 10 anni subisce inevitabilmente un calo e conseguentemente anche i muscoli cordali e gli altri muscoli che determinano la fonazione iniziano a deteriorarsi.

C'è qualcosa che la Roma Rock School propone per prevenire tutto questo?

SERENA: Sì, certo. Proprio per questo noi abbiamo creato un metodo di canto Roma Rock School in esclusiva mondiale che si chiama Vocal Wellness che parte proprio da questo assioma: si canta con tutto il corpo e non solo con le corde vocali. Di conseguenza il cantante viene trattato quasi come uno sportivo: allenato alla consapevolezza del corpo per far si che il proprio suono, il proprio talento e il proprio strumento venga mantenuto allenato nel tempo per evitare cali.
Immaginate per esempio che cosa fa un cantante quando sale sul palco. Spesso si accompagna anche con una chitarra o con qualche altro strumento… immaginate quanti muscoli innerva, quanto lavoro, quanto dispendio energetico.. e quindi immaginate quanto studio c'è dietro.
Concludendo: il talento, non si può insegnare ma sicuramente si può indirizzare ed accrescere. E comunque anche una persona non dotata di particolare talento con lo studio può ottenere dei risultati, senza magari strabiliare, ma raggiungendo comunque adeguati traguardi.

GIANLUCA: aggiungerei, per capire meglio il discorso, che in Italia si confonde la spontaneità con la non preparazione. Si è ancora fermi a definire il rock una musica prevalentemente istintiva, spinta da un moto spontaneo dell'animo, cosa che sotto alcuni punti di vista ovviamente è vera. Quindi Rock è ribellione, rock è rivolta, il rock è contro e nasce da sensazioni istintuali molto forti e spontanee e via dicendo..
E' vero, Ë anche cosÏ. Ma il fatto è che la spontaneità, l'essere comunque istintivi e naturali non va necessariamente contro la preparazione mentre in Italia questo modo di pensare è molto radicato. Qui si pensa che se mi preparo e studio tutto ciò mi toglie spontaneità e la capacità di lasciarmi andare e di essere me stesso. Ma non è assolutamente così!!
In realtà, lo studio ti da la possibilità di esprimerti al meglio. Se mi esprimessi senza aver studiato, potrei anche riuscire a fare qualcosa di buono, anche perché la storia della musica è piena di queste casi. In tal caso però avrei bisogno di un talento enorme che mi porti ad avere una capacità naturale di fare musica talmente alta che basterebbe poco per completarsi. Molto raro ma può capitare, certamente.
E bisogna dire che nella storia abbiamo esempi che, immersi in credenze fuorvianti, non aiutano, alimentando in realtà quello che si dice in Italia: Jimi Hendrix per esempio è considerato un non tecnico e una persona assolutamente non conoscitrice delle tecniche di chitarra. Si dice da sempre che Jimi Hendrix suonasse in modo totalmente istintivo, e che non aveva assolutamente mai studiato.
Hendrix a detta anche dei più grandi docenti di chitarra ha rivoluzionato l'armonia classica e la postura base della chitarra classica in favore di alcune sue idee, alcune sue intuizioni che riteneva importanti per la musica moderna. Ma come fare tutto questo senza nemmeno sapere di cosa si sta parlando?

Ovviamente tramite la preparazione…

GIANLUCA: Esatto. E' ora di cominciare a sfatare questi luoghi comuni tipicamente italiani e cominciare a dire ai ragazzi che la preparazione è determinante per potersi esprimere. Perchè se oggi ho una finestra di 2 metri X 1 dalla quale vedere un panorama, domani, se mi impegno, avrò più finestre e vedrò più panorami e cose che oggi nemmeno immagino: sarò quindi in grado di esprimere su più fronti me stesso.
Tutto questo è la preparazione. Certo è che capisco i ragazzi italiani che si sono trovati ad affrontare lo studio con docenti non preparati come purtroppo troppo spesso qui accade, anche in strutture blasonate. Risultato inevitabile: dopo un anno di studio o due ci si trova in assenza di sviluppi positivi e quindi si traggono facilmente le solite conclusioni di cui sopra. E sinceramente mettendomi nei loro panni non potrei che concordare. Ma è un peccato che il problema nasca proprio dal fatto che hanno, come dicevo, semplicemente incontrato docenti poco preparati.

Voi avete una forte passione per la musica, quali sono stati i vostri “primi amori”?

SERENA: IL MIO PERCORSO E' UN PO' PARTICOLARE; mio padre è chitarrista classico, diplomato al conservatorio, e ha deciso che a otto anni io dovevo diventare musicista; mi ha messo questo seme dentro la mente e quindi potrei dire che la musica mi ha cresciuto. Ho iniziato con la classica fino a quando, nel ’91, ho conosciuto i Nirvana che, purtroppo, mi hanno allontanato dalla lirica. Ti racconto questo aneddoto: a scuola portavo il walkman con le arie liriche che studiavo e la mia compagna di banco, più grande di me poiché era stata bocciata due volte, mi ha fatto uno “scherzo” scambiando la cassetta di musica lirica con Nevermind dei Nirvana. Torno a casa, ero sull’autobus, e mi metto le cuffiette con lo spartito in mano per studiare l’aria lirica, solo che quando ho spinto play è partito il riff di “Smells Like Teen Spirits”. Pensando di aver preso una delle cassette di mio padre, arrivo a casa e mi telefona questa mia amica che mi dice “Ti è piaciuto lo scherzo?”. Questa cosa mi ha sconvolto la vita, ho abbandonato la lirica e mi sono gettata sulla musica rock. Il rock mi ha cambiato e mi ha anche un po’ salvato, perchè la musica classica dopo un po’ mi aveva anche rotto!! Sono cantante rock da quando avevo diciotto anni e sono stata in band allora conosciute come i Duramadre e La Menade per poi seguire il mio percordo come cantante e autrice solista.

GIANLUCA: Io ho iniziato a studiare musica a sette anni, avevo un pianoforte a casa (anche mio padre è musicista, ma solo per passione) e la musica mi ha sempre circondato. Ho cominciato a scrivere poesie e poi testi dai dodici anni in poi, a tredici ho cominciato a cantare e a comporre i miei brani, lasciando da parte il pianoforte e concentrandomi sul canto, sono entrato alla Rai a 17 anni, (il più giovane della storia Rai), poi ho voluto testarmi anche a teatro e la mia prima esperienza è stata Notre Dame de Paris, un cosa semplice semplice tanto per iniziare!! Personalmente ho cantato di tutto, dal pop al soul fino al blues e infine mi sono innamorato del rock: la mia professione, anche come compositore e arrangiatore si è svolta difatti nel mondo del rock. Per quanto la domanda purtroppo non posso risponderti precisamente, perchè non ho un artista di riferimento: mi piacciono tante cose, le ascolto quando mi va di ascoltarle, e tutto ciò che mi piace e mi emoziona fa parte del mio bagaglio. Forse potrei dirti Bono degli U2, che secondo me è uno dei cantanti rock più bravi, ma è veramente difficile per me.

Gianluca e Serena e tutto lo staff della Roma Rock School sono quindi pronti ad accogliere chiunque abbia veramente voglia di fare musica e di apprendere nel modo giusto.

Per informazioni visitate il sito: www.romarockschool.com