Intervista ai The Ones

Intervista ai The Ones

di Roberto Paviglianiti

I The One’s sono una giovane band partenopea legata alle tradizioni della musica a stelle e strisce. Il loro primo album “The Debut of Lady June” sta riscuotendo buoni consensi, cosicché abbiamo rivolto alcune domande a Damiano Davide (voce, chitarra, piano), il quale, oltre a spiegarci nei dettagli la struttura e la finalità del loro progetto, ci ha fornito degli indizi interessanti riguardo il prossimo futuro del gruppo.


Da dove nasce la passione per il rock di stampo americano?


Dagli ascolti adolescenziali che sono stati prevalentemente anglosassoni: Bob Dylan e Beatles sopra tutti, ma anche Tom Waits, Bruce Springsteen e potrei continuare all’infinito con un elenco di tutti gli artisti e le band che in qualche modo ci hanno influenzato. È indubbio che all’inizio abbiamo emulato i nostri miti musicali, ecco come si spiega anche la scelta di esprimerci in inglese. Poi abbiamo cercato di crearci un sound sempre più personale e perché no, anche moderno. Il nostro obiettivo resta questo, pensando al futuro, ma senza perdere di vista quello che è il più grande insegnamento degli artisti sopra citati, cioè di riuscire a coniugare una grande qualità con la spontaneità della musica pop.

In foto non date l’impressione di essere una rock band. Quanta importanza ha per voi l’immagine?
L’immagine è importante per qualsiasi showman, tanto più per un gruppo agli esordi. Alla maggior parte delle persone capita per caso di conoscere una band e la prima cosa che vedono, spesso, è una foto, mi riferisco soprattutto alla Rete. Certo, poi non bisogna estremizzare la cosa; la resa dei conti è sempre sul palco e puoi essere ben vestito e acconciato quanto vuoi, ma a pagare è sempre la qualità di quello che proponi al pubblico.


Qual è il significato di un titolo come “The Debut of Lady June”?

Il titolo dell’album è nato in un secondo momento progettuale. Avevamo già registrato tutto il materiale ed eravamo nel punto in cui dovevamo uniformare il tutto; si ragionava di tracklist e di concept addirittura. “The Debut of Lady June” è l’esordio alla vita di Lady June, un personaggio femminile o no, non ha importanza. È un ipotetico viaggio terreno di un’idea di ingenuità e purezza che si trova quindi a contatto con le gioie, le frivolezze di una giornata di sole, ma che passa anche per i momenti più riflessivi e tormentati, magari, tipiche delle ore più buie. È un’allegoria della vita, la durata di un giorno stilizzata in undici tracce.

Il pianoforte, in diversi passaggi, sembra essere la vostra linea guida. Come si sviluppa il lavoro di composizione e in studio?

Sicuramente lo è, almeno per quanto mi riguarda. Il pianoforte è il mio strumento madre ed è naturale che è anche quello sul quale scrivo. Andando a costruire i brani, spesso, si partiva proprio dal piano. Per quanto riguarda il lavoro di composizione l’idea generatrice di un brano viene sempre da un singolo che ha già tracciato la linea armonica, melodica e testuale. Dopodiché, in sala s’inizia a ragionare d’arrangiamenti, e per quelli dell’album si è trattato di un lungo lavoro di pre-produzione insieme con Daniele Landi della Forears. Abbiamo avuto la fortuna di dividere le sessioni di registrazione in due periodi, a distanza di mesi, avendo così l’opportunità di ritornare sui pezzi e rivedere alcune cose.

Il suono risulta molto bello, rotondo. A volte sembra mancare qualche graffio, qualche grinza che lo renderebbe più intrigante.

Forse hai ragione. Ogni tanto già si pensa al secondo album, anche se siamo appena all’inizio della promozione di “The Debut of Lady June”; sarà interessante ritrovarci noi quattro e la produzione a ragionare di una futura direzione e solo Dio sa cosa ne verrà fuori. C’è da dire che anche il nostro sound attuale non è bloccato a quello del disco, nel senso che cerchiamo sempre di migliorare la nostra resa live. Le canzoni hanno bisogno di un certo rodaggio e ora possiamo approcciarle in maniera più cosciente e matura. Probabilmente il graffio e la grinza di cui parli potrebbe tradursi in un certo tipo d’incisività e anche ironia, perché no, e in questo senso mi trovi perfettamente d’accordo.


“Roads” è probabilmente il brano più intrigante dell’intero lotto. Ci vuoi spiegare cosa rappresenta per voi e se pensate che potrebbe essere il punto di partenza per un eventuale secondo lavoro?


“Roads” è un brano a cui siamo molto affezionati, perché è una delle creazioni più vecchie e ha subito una certa trasformazione, fino ad arrivare al risultato che si può ascoltare nel disco. Certo continua ad evolversi. Dal vivo, ad esempio, non avendo la tromba a disposizione, abbiamo dovuto adattarla a quelle che sono le nostre possibilità a quattro elementi. Si tratta del pezzo che ci rende più liberi; proprio per la sua struttura molto semplice di ballata popolare con quattro strofe uguali che insistono sempre sulla stessa armonia, si presta non soltanto a infiniti arrangiamenti, ma anche alla libera improvvisazione sul palco. Devo ammettere che anche per noi si tratta del momento più interessante dell’intero disco e in futuro potrà darci degli spunti di sonorità per le prossime produzioni.

Dal vivo utilizzate degli accorgimenti?

Sarebbe bello avere a disposizione sul palco due o tre strumentisti aggiuntivi, ma purtroppo non è sempre possibile, per motivi di budget e di spostamento. Quando presentammo il disco al Duel:Beat di Napoli, il 24 gennaio, sul palco eravamo in sette, proprio perché la nostra intenzione era quella di ricreare al meglio le sonorità del disco e di proporre un certo tipo di esibizione, molto intensa e soprattutto, direi, avvolgente. Ma come dicevo questo non è sempre possibile e ci siamo quindi dovuti adattare piuttosto in fretta per cercare di ricreare quel suono pieno e completo anche in quattro. Di sicuro non usiamo sequenze registrate, è una cosa che va contro il nostro modo di vedere l’esibizione live soprattutto per il tipo di musica che proponiamo.

Cosa è che spinge un gruppo giovane a pubblicare un disco in un momento così difficile per la musica in genere?

È vero, c’è la crisi. E la cosa peggiore che possiamo fare è smettere di investire nella cultura e nello spettacolo, credo. Nella musica poi, sono già troppi anni che si parla di crisi dell’industria discografica. Questa situazione ha anche un suo lato positivo. La selezione è spietata e ci sono sempre meno opportunità, e questo può servire a spingere verso produzioni di qualità sempre maggiore.

Oltre a suonare svolgete altre attività?

Vista la nostra giovane età siamo ancora prevalentemente studenti. Questo progetto ci impegna così tante energie e tempo che è stato, ed è praticamente, il nostro unico pensiero e chiodo fisso. Pensando al disco, ad esempio, ci abbiamo lavorato insieme con la Forears per due anni ed ora che è finalmente uscito inizia la seconda parte relativa alla promozione e tour. Di sicuro non è facile: potrei parlarti di difficoltà prettamente economiche, logistiche e pratiche ed è inutile dire che i necessari sacrifici possono essere affrontati soltanto se, a monte, c’è una smisurata passione che a volte davvero non sai dove può portarti ma che, in questi casi, viene quasi sempre ripagata.

Qual è l’obiettivo dei The One’s sotto il profilo artistico?

Il nostro desiderio è quello di arrivare a produrre musica di qualità sempre maggiore. L’augurio è di diffondere quello che facciamo ed avere un pubblico sempre più vasto, magari uscendo dai confini nazionali per essere in contatto anche con realtà diverse, che indubbiamente contribuirebbero alla nostra crescita artistica. Non vogliamo rimanere bloccati in queste sonorità così come non chiudiamo a priori nessuna porta. L’album è un’istantanea, una fotografia di quello che siamo in questo momento e gli siamo molto legati; il nostro obiettivo è quindi partire da “The Debut of Lady June” per continuare a fare musica e soprattutto per continuare ad evolverci.

link: http://www.theonesband.com/