Avantasia – The Scarecrow














Avantasia – The Scarecrow

Genere:Progressive Metal, power
Data uscita:2008
Label:Nuclear Blast
Durata:N,A.
Sito Web:N.A.
Voto:8.5/10
Recensito da:Enrico Mainero
"Avantasia

Avantasia – The Scarecrow

Stupefacente ed affascinante. Tanto atteso quanto ben accolto. “The Scarecrow”, nuovo album di Avantasia (progetto ideato con successo dalla mente di Tobias Sammet) prenota prepotentemente un posto tra i migliori dischi del 2008.

Il nome del progetto rappresenta la fusione delle parole Avalon e Fantasia e descrive un mondo al di là dell'immaginazione umana (come riportato nel Booklet di “Avantasia – The Metal Opera – Part I”). I primi due album del progetto narrano infatti la storia di un monaco domenicano, Gabriel, all'inizio del diciassettesimo secolo.

Tutto nasce nel 1999, durante il tour di “Theatre Of Salvation”. Sammet inizia a scrivere e a coinvolgere altri artisti della scena Metal internazionale. Il primo fu Henjo Richter, chitarrista dei Gamma Ray. Successivamente anche Kai Hansen e Michael Kiske si dimostrarono entusiati di prendere parte all’ambizioso progetto. Il resto è storia.

“The Scarecrow” segue la strada già percorsa in precedenza da Sammet e soci. Come al solito gli ospiti illustri non mancano; Roy Khan (Kamelot) arricchisce di profondità vocale un pezzo tirato ed esplosivo come l’iniziale Twisted Mind mentre l’ugola di Jorn Lande è messa a disposizione della splendida The Scarecrow. Vera chicca del lotto, il pezzo fonda le proprie fortune su undici minuti di Power Metal che non risparmia viaggi Prog e voli pindarici nel Hard Rock anni ’70. Le chitarre di Sascha Paeth si mostrano chirurgicamente collaudate al martellante ritmo offerto dallo strumento di Eric Singer.

Come non citare la partecipazione di personaggi del calibro di Alice Cooper, Michael Kiske, Bob Catley, Henjo Richter e Kai Hansen (chitarra). I sei minuti abbondanti di Shelter from the Rain catturano al primo ascolto. La cavalcata in doppia cassa sfocia nel più classico de ritornelli Power (magniloquenti e dal sound saturo e gonfio di elementi differenti).

Un plauso particolare va a Amanda Somerville. Le luci soffuse di What Kind of Love devono molto alla sua calda presenza vocale (il suo è un approccio che ammalia e che rapisce i sensi). Il brano rappresenta un delicato viaggio in uno spazio siderale, incastonato in elementi orchestrali ed elettronici che sospendono le linee melodiche in un limbo dal sapore onirico.

In definitiva un disco da avere, da ascoltare, da gustare e da capire, in ogni sua sfumatura.