Ayreon – 01011001

Ayreon – 01011001

Con Ayreon si è viaggiato in lungo e in largo. Si comiciò attraversando il medioevo nel 1995 con “The Final Experiment”, passando poi per i deliri onirici di “Actual Fantasy”, fino a sfociare nelle lande misteriose di “Into The Electric Castle”. Poi via nello spazio insieme a “Universal Migrator” e quindi giù in picchiata nuovamente sulla Terra per entrare in quella psiche che faceva da struttura a un capolavoro come “The Human Equation”. Già, capolavoro, e non era nemmeno la prima volta che davanti ad un opera di Arjen Anthony Lucassen ci si trovava ben disposti a togliersi il cappello. Lo spilungone olandese è, indubbiamente, uno degli migliori autori e musicisti (polistrumentista..) della scena metal prog degli ultimi anni e il nuovo arrivato “01011001” non fa che confermarlo ancora una volta.

Eppure, stavolta come non mai, il rischio fallimento era pesantemente in agguato: non era assolutamente facile creare qualcosa di convincente dopo l’ingombrante “The Human Equation”, album che molti giudicano apice della discografia Ayreoniana e peraltro sublimato da uno sterminato cast di supervocalist messo a disposizione dell’ascoltatore( James Labrie, Michael Ackerfeld, Devin Townsend e troppi altri..).
Dunque per reggere il confronto, per lo meno in partenza, serviva innanzitutto un nuovo cast stellare. Una manciata di mail ed eccolo qua: difficile trovare sulla scena cantanti migliori di Hansi Kursch(Blind Guardian), Daniel Gildenlow(Pain Of Salvation), Jonas Renske(Katatonia), Anneke Van Giersbergen(ex The Gathering) e Jorn Lande, e solo per citarne alcuni. Pochi hanno il coraggio di dire no ad un progetto Ayreon. Ma di certo tutti aspettavano al varco la direzione musicale che avrebbe preso il nuovo lavoro sotto il peso del passato: beh chi pronosticava un cedimento è stato prontamente smentito.

Lo diciamo subito: “Zero”(abbreviamolo così..) non è assolutamente “The Human Equation” e non vuole esserlo. Sul precedente in pericolo c’era una vita umana; qui l’esistenza stessa, in tutte le sue forme. Non regge nemmeno il paragone fra le due questioni. Si deduce facilmente che se i due album si fossero anche minimamente somigliati saremmo stati costretti a bocciare, in quest’ultimo, una musicalità che andava irrimediabilmente fuori tema.

Passando alla struttura del lavoro, all’interno dell’elegante confezione si spiega un opera di circa 100 minuti che nelle sue trame fonde con successo progressive rock, elettronica, operistica, folk e gothic, il tutto condito in salsa space metal con una produzione curatissima e luccicante. Difatti mai come ora il progetto era stato capace di raggiunger una qualità sonora tanto elevata, con gli strumenti, reali e synth, che brillano della maggior lucentezza possibile.

Ma dove vuole arrivare in realtà “Zero”? Ad un ascolto attento, dietro una coltre sintetica e algida (tradotto in un maggior uso, peraltro appropriato, dell’elettronica) ispirata dalla indifferenza alle emozioni che caratterizza i protagonisti della trama, si schiude lentamente un’anima dolce e sensibile, che permea il contesto in ogni sviluppo ed evoluzione. Intanto le lyrics si riservano il compito di illustrare una storia avvincente che coinvolge gli altri capitoli della storia Ayreon chiudendo, in un certo senso, il cerchio.

Scorrendo la tracklist, si rivela lampante la precisa identità che ogni singola canzone possiede, qualità che rende ognuna di esse padrona della propria essenza pur essendo integrata in un contesto molto ben amalgamato, e capace, quindi, di costituire una dimensione a se anche presa in disparte ed ascoltata in separata sede, potendo contare, inoltre, su approcci melodici che, in gusto e immediatezza, non hanno nulla da invidiare a refrain radiofonici.
E intorno nel frattempo succede di tutto: dal riffing incalzante all’arpeggio sinuoso, dalla cavalcata alla digressione introspettiva psichedelica, da tempeste elettroniche al folk più tradizionale. Il tutto fuso sapientemente in un unicum coeso e definito che mette bene in evidenza tutta la drammaticità del concept.

Nessun cedimento, non un riempitivo in scaletta né tantomeno cadute di stile all’orizzonte, solo idee ben materializzate dall’inizio alla fine che concorrono a trasformare il contesto in un unico ma cangiante fluire di atmosfere. Il lavoro trasuda cura e passione in ogni battuta, mentre l’appropriata scelta dei cantanti premia la volontà di definire le diverse identità che coesistono all’interno della trama, riuscendo pienamente nell’intento.

In un panorama così affollato come quello del progressive metal/rock, Ayreon ancora un volta si erge a baluardo della situazione presentando in “01011001” l’ormai solita splendida rock opera.
Da Lucassen non servono nemmeno sorprese, e se questa è la qualità alla quale siamo destinati a fare l’abitudine, beh… ben venga la “prevedibilità”!!
Ancora una volta…Chapeau.