Baroness – Blue Record

Baroness – Blue Record

Eccoci qui a cercare di descrivere "Blue Record", nuova fatica del gruppo statunitense Baroness, nato nel 2003 in Georgia dalle ceneri dei Johnny Welfare and the Paychecks, band punk/metal.
Sarò diretto e semplice, perchè dinnanzi ad un album come questo non servono giri di parole a complicare inutilmente la questione: questo disco SPACCA COME POCHI e lo fa con una classe che la stragrande maggioranza delle band della scena forse nemmeno si sognano.

Ma quale scena? Ecco, bella domanda! Ma andiamo con ordine…cronologico.
Un passo indietro troviamo la prima prova sulla lunga distanza intitolata Red Album (originali vero?) e datata giusto un paio d'anni fa. Il sound di quel disco aveva una particolarità: era capace di mettere d'accordo rockettari nostalgici, metallari nerboruti, intenditori post, indie-fan, fricchettoni psichedelici, southern incalliti e progressive-dipendenti. Il bello è che lo faceva con una naturalità imbarazzante e con una freschezza che spiazzava ma convinceva fin da subito.

Dunque, su Blue Record la ricetta di fondo è rimasta la stessa ma il tutto è stato elevato all'ennesima potenza: composizione, volume, impatto, melodie, ritmiche, suono, riffing, solismi e compagnia cantante, tutto accede ad un livello superiore pregno di quella maturità che non è da tutti al secondo album (la temuta prova che stronca tantissime band di belle speranze). Il livello di coesione porta lo svolgimento delle composizioni ad essere ancora più fluido e padrone delle diverse atmosfere che contraddistingono la loro musica. Il tutto forma un unicum inscindibile pur convolgendo nello stesso amalgama riffing e scapocciate metalliche, cavalcate arrembanti e fiammate stoner-sludge poi stravolti in viaggi psichedelici e arpeggi fingerpicking.

E se in questo “ciclone” temete per lo spirito melodico delle canzoni, ciò non riesente minimamente di questo continuo sballottamento: le linee vocali, d'assalto ma non in growl, e i fraseggi di chitarra mantengono un percorso catchy quanto basta da permettere ad un orecchio non allenato di trovare gli appoggi giusti per un ascolto non particolarmente difficile.

Al centro di tutto persiste un groove incessante e ipnotico che prende l'album per mano nell'intro e non lo lascia per un secondo fino all'outro, 44 minuti nel quale succede veramente di tutto e nemmeno un istante è lasciato al caso. Un arco di tempo dove tutto sembra nascere con naturalezza da un unico insieme lasciato nelle mani di quattro folli in preda all'improvvisazione. Un' improvvisazione però figlia dello spirito della progressione e in grado di plasmare canzoni stralunate ma concrete che escono dal nucleo, si sfogano, e poi vi fanno ritorno per contribuire a formare qualcos'altro.

Lunga vita alla Baronessa!!