Black Keys – Attack and Release














Black Keys – Attack and Release

Genere:garage rock, blues, indie rock
Data uscita:04/2008
Label:Nonesuch
Durata:N.A.
Sito Web:theblackkeys.com
Voto:8.5/10
Recensito da:Andrea Ciribuco
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Black Keys – Attack and Release

I Black Keys avevano sfornato negli ultimi anni ben quattro album di un blues-garage dal suono molto grezzo, energico e minimale, con radici antiche come l'America stessa. Per questo poteva suonare strano il fatto che i due, l'occhialuto batterista Patrick Carney e il folkloristico frontman barbuto Dan Auerbach, avessero scelto per questo “Attack & Release” di farsi produrre da Danger Mouse. Sì, Danger Mouse, proprio la mente pensante degli Gnarls Barkley, l'alchimista elettro-pop che ha affiancato Damon Albarn con Gorillaz e The Good The Bad & The Queen.

Poi uno va a vedere che al disco stavolta hanno partecipato non solo i due ma anche vari session men, fra cui Marc Ribot (già chitarrista per Tom Waits, Elvis Costello e altri). E i pregiudizi cominciano a farsi meno forti. Poi metti su effettivamente l'album, possibilmente nello stereo dell'auto, e ti lasci accogliere dal ritmo antico e lento di All You Ever Wanted, sacro e profano al tempo stesso con quelle chitarre rarefatte e quell'hammond che esplode verso la fine.

Certo, dopo c'è l'hard rock dondolante di I Got Mine a riportare il tutto dalle parti dei primi album della band; ed il primo singolo Strange Times, che stempera una strofa incalzante nelle pause psichedeliche del ritornello. Ma ormai il ghiaccio è definitivamente rotto: questo è un disco molto più prodotto ed orchestrato dei precedenti, e ciò non può fare che bene, dando al duo la possibilità di creare ritmi meno serrati e di seguire una certa vena psichedelica: come in Lies o nel country rallentatissimo di Things Ain't Like They Used To Be, dove esordisce anche la giovane cantante Jessica Lea Mayfield. Inoltre, ci sono cose come il flauto saltellante che si alterna al riff di chitarra all'attacco di Same Old Thing, che ricorda come dalle parti del rock-blues fossero passati anche Ian Anderson con i suoi Jethro Tull, secoli fa.

Certo, i due non sembrano aver capito bene ancora che strada prendere, dopo questa folgorazione sulla via dell'indie rock. Anche se forse è meglio così, anche con Remember When che, divisa in due tracce, rivela la personalità schizofrenica dell'album: un Side A di folk malinconico e lisergico ed un Side B di punk-garage incendiario.

Accessibilità, orecchiabilità ed una certa aria di novità nel sound, pur sapendo ancora come incendiare un palco usando sei corde distorte. Non c'è dubbio che questo sia un album prodotto da qualcuno che conosce le proprie radici e sa come andare avanti senza fossilizzarsi. Questa capacità di piacere sia ai nostalgici del vecchio, sontuoso hard rock, che ai giovani legati alla nuova ondata veloce e orecchiabile che esce dai garage, rende una mossa vincente quello che sembrava un azzardo.