Fleet Foxes – Fleet Foxes














Fleet Foxes – Fleet Foxes

Genere:folk, indie
Data uscita:2008
Label:Sub Pop / Bella Union
Durata:39 mins
Sito Web:N.A.
Voto:7.5/10
Recensito da:Andrea Ciribuco, Patrizio Schina
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Fleet Foxes – Fleet Foxes

L'etichetta per cui esce il loro debutto è la Sub Pop di Seattle, una di quelle che più ha dato al rock alternativo negli ultimi vent'anni. Eppure i Fleet Foxes, anch'essi provenienti dalla patria del grunge, tradiscono fin dal primo ascolto influenze molto più datate: Simon & Garfunkel, Beach Boys, Buffalo Springfield e, come fanno notare loro stessi nel loro sito, “tutte quelle altre eterne band dei sixties”.
Questo quintetto di folk-pop vive soprattutto di melodie orecchiabili e di armonie elaborate ma al tempo stesso facili da ascoltare, con largo uso di cori e divagazioni psichedeliche. Il tutto con arrangiamenti decisamente retrò ed un gusto per il pop che non ha tempo, ma che se proprio dovesse sceglierne uno sceglierebbe quel geniale, generoso e ingenuo decennio sopra citato.

Cominciando l'ascolto dell'album dall'inizio, ci si abitua subito al modo in cui del folk tradizionale, quasi medievaleggiante, riesce benissimo a convivere con la psichedelia (Sun It Rises, White Winter Hymnal); nonché alla voce espressiva, modulata e deliziosamente fuori moda di Robin Pecknold che sale in cattedra in Tiger Mountain Peasant Song vestendosi solo di chitarre acustiche. Tanto che quando, in Quiet Houses, la batteria parte subito insieme con gli altri strumenti, uno quasi finisce per stupirsi.

A questo punto sono delineate praticamente tutte le sonorità del disco, che prosegue su questa falsariga, pur concedendosi qualche barocchismo e ripetizione di troppo (Heard Them Stirring, l'attacco corale di Blue Ridge Mountains), chiudendo con Oliver James: canzone più scarna ma non per questo meno bella delle altre.
Nel mentre, Your Protector con il suo crescendo ritmato riesce quasi a trovare la quadratura del cerchio cercata per tutto l'album: una melodia che sia semplicemente bella, costruita amalgamando tutte le varie influenze cui la band si rifà.

Un grande pregio dell'album è il modo in cui questi ragazzi, pur facendo parte di questa generazione, hanno preferito attingere direttamente dai '60 piuttosto che dai tanti gruppi di oggi che a loro volta hanno preso dal passato del rock. Un difetto, perdonabile, è quello di tanti esordi: pensando a costruire un sound il più definito possibile, si può mancare un po' di varietà. Ma essendo appunto un disco d'esordio, fa il suo lavoro, che è quello di presentare il gruppo al suo meglio.

voto: 7.5

Andrea Ciribuco

ALTRA RECENSIONE

Tutto inizia con un coro gospel che ci porta di molti anni indietro, nei campi di cotone, a conoscere le radici di quel che oggi genericamente chiamiamo Rock.
Parte proprio così il disco d’esordio di questo quintetto di Seattle, Fleet Foxes, una breve introduzione gospel (Red squirrel) per poi andare a toccare tutte le sfumature possibili della musica popolare. “Baroque harmonic pop”, questa è la bizzarra definizione che i cinque danno della loro musica, “Pop totale” si potrebbe dire dopo aver ascoltato questo formidabile esordio. I cinque americani infatti riescono a riassumere in questi 11 pezzi (tutti di altissimo livello) tutta la storia della musica: dai già citati canti degli schiavi d’america al folk britannico, dal pop degli anni ’60 al suono west coast degli anni ’70, fino ad arrivare all’odierna scena indie. Forse può sembrar azzardata la parola capolavoro, ma ci penserà il tempo a decretare questo successo, perché un disco del genere non può rimaner nell’anonimato o nel culto di pochi (indie)fan per troppo tempo.

Canzoni come “White winter hymnal” e “Quiet houses “ hanno tutte le carte in regola per diventare successi immortali da cantare intorno ad una chitarra, brani che riescono ad unire il ritmo serrato degli Arcade Fire alle atmosfere dolci e solari dei The Coral, che risultano moderni e antichi allo stesso tempo.
Non sono soltanto i cori, il pezzo forte di questo disco, brani come “Ragged wood”, “He doesn’t know why” sono magnifici esempi di una sensibilità pop che chiama in causa mostri sacri del genere come i Beach Boys e i Beatles. Anche quando i toni calano e l’atmosfera si fa più introspettiva ed intima, l’orecchiabilità e la qualità di quest’ opera rimangono intatte, anzi ballate bucoliche come “Tiger mountain peasant song”, “Meadowlark” e “Oliver James” hanno il pregio di riuscire ad unire il folk d’oltremanica (un po’ come avevano fatto i Fairport Convention) alla musica west coast americana (C,S,N & Y, America).

Grazie alla riuscita commistione tra tutte le varie influenze “Your protector” e “Blue ridge mountains” risultano essere i brani manifesto di questo disco, entrambe partono lentamente come una preghiera ancestrale, per aprirsi col passare delle note in ballate dall’accattivante sapore country.
E’ di dovere un applauso ed un ringraziamento alla Subpop che, nel giro di pochi anni, ci ha regalato tre splendidi esordi come quello degli Shins, Band of Horses ed i Fleet Foxes, gruppi che se non tradiranno le attese calcheranno la scena per molti anni ancora.

Voto: 8.5

Patrizio Schina