Ministri – Tempi Bui

Ministri – Tempi Bui

“Una risata vi seppellirà”
Questa celebre massima di Bakunin sarebbe il perfetto sottotitolo di TEMPI BUI, il nuovo album dei Ministri. Davide Autelitano, Federico Dragogna e Michele Esposito vengono da Milano, indossano malridotte divise napoleoniche e attraverso una miscela di rock, punk e pop hanno deciso di tentare la rivoluzione con la musica. Già, proprio come succedeva qualche decennio fa…

Fin dal loro esordio autoprodotto, I SOLDI SONO FINITI (2006), i tre ragazzi milanesi si sono posti all’attenzione di un pubblico sempre più numeroso grazie alla loro freschezza, al loro talento, ma soprattutto in virtù del loro coraggio, merce rara nel nostro paese. Infatti i Ministri non le mandano a dire, usano fare nomi e cognomi (“La faccia di Briatore), cantano di cose reali (“Diritto al tetto”, “Ballata del lavoro interinale” e “Vicenza”) e nonostante la giovane età si dimostrano acuti osservatori dei mali della generazione di cui fanno parte (“Tempi bui”, “Bevo” e “Il futuro è una trappola”). A costo di apparire immaturi, qualunquisti e superficiali i Ministri si sono presi maledettamente sul serio e senza nascondersi dietro la solita furba ironia hanno puntato il dito in maniera chiara e netta. Quella rappresentata in TEMPI BUI è una società allo sbando, un paese dove l’importante è avere la faccia abbronzata tutto l’anno, dove tutto va bene purchè qualcosa non arrivi a rovinarci il pranzo. Un’Italia dove ai giovani, privati degli ideali, di un futuro reale, di una casa, di un lavoro dignitoso, non resta altro che bere e cercare invano nuovi eroi.

In verità non sarebbe esatto dire che I Ministri rappresentano un caso unico nel panorama musicale italiano, nello stesso 2008 ha esordito Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) con un disco diretto e rabbioso ancor più di questo TEMPI BUI. Ma a differenza dell’ostico e sperimentale progetto del giovane onemanband ferrarese, il j’accuse dei Ministri è affidato ad un sound spesso accattivante e orecchiabile (“Tempi bui”, “La faccia di Briatore”) che potrebbe attirare anche lo stesso pubblico che è nel mirino delle loro critiche. Altra particolarità del disco sono i brevi intermezzi di musica popolare posizionati tra un pezzo e l’altro, che sembrano fungere proprio da contrasto tra la plastificata e vuota realtà odierna ed un passato basato invece su ideali solidi e reali.

Chissà se questi tre ragazzi riusciranno a non farsi “infettare” dal mondo in cui il successo li sta portando. Forse in futuro li vedremo cantare in TV insieme a Briatore, corrotti anch’essi da questa macchina infernale chiamata spettacolo. Per ora mi sento di affermare che questo disco vale da solo molto più degli ultimi 10 anni di carriera di un Vasco Rossi o di un Ligabue qualsiasi, ex artisti coinvolti in tutto e per tutto nella deriva culturale di questo paese.