Opeth – Watershed














Opeth – Watershed

Genere:Extreme Progressive Metal
Data uscita:30/05/2008
Label:Roadrunner Records
Durata:N.A.
Sito Web:www.opeth.com
Voto:8.8/10
Recensito da:Emanuele Catani
"Opeth

Opeth – Watershed

Orchid, Morningrise, My Arms Your Hearse, Still Life, Blackwater Park, Deliverance, Damnation, Ghost Reveries. Otto espressioni musicali di diversi universi paralleli, multiforme esplicitazione del verbo Opethiano in tutte le sue derivazioni. La matrice è sempre la stessa: un concezione di musicalità oltre i confini e le barriere, una continua immersione in diverse correnti e tonalità, un viaggio lungo e sognante e al contempo burrascoso e sinistro.
E l’ascoltatore? Non può che essere in balia di una creatura che cambia in continuazione, si evolve, sublima ed esplode per poi tornare lentamente ad eclissarsi e a vestirsi di una pacatezza che solo pochi secondi prima sembrava un’utopia. Ed ecco Watershed, la nuova creatura.

C’è da dire che non nasceva sotto i migliori auspici: del vecchio nucleo degli Opeth rimaneva solo Michael Akerfeld, artista incredibile, vero mastermind del gruppo, mentre via via, lungo la carriera del gruppo, tutti i pezzi erano andati persi. Gli ultimi della lista il batterista Martin Lopez e il chitarrista Peter Lindgren.
Altro campanello d'allarme poteva essere il fatto che ad alcuni l’ultimo “Ghost Reveries” era sembrato un pelino meno brillante dei suoi predecessori, pur rimanendo un album comunque eccellente e forse semplicemente incompreso.
Ma gli Opeth, nonostante giungano al nono album, sembra non abbiano ancora perso la voglia di dimostrare il loro valore e sfoderano l’ennesimo capolavoro.

Non un passo a vuoto, una piccola incertezza: neanche il più piccolo dei sospiri è lasciato al caso. E intorno intanto succede di tutto: dalla consueta matrice death metal melodico si passa agevolmente a atmosfere più dilatate e soffuse, dove le chiatarre acustiche intrecciano trame che vanno dal folk d'annata fin quasi alla ballata medievale. Le digressioni strumentali prendono connotati che osano parlare un linguaggio a metà strada tra la fusion e la psichedelia settantiana, dove tutti i membri possono spaziare in solismi ispirati e mai ridondanti.

Mai quanto stavolta, è il progressive rock tanto amato dal leader Akerfeld a impregnare del suo marchio tutto il discorso intrapreso nel lavoro, ispirando la costruzione di vere mini suite all’interno delle quali le cellule melodiche e armoniche sono libere di evolversi tra gli umori contrastanti delle atmosfere. Un tipo di influenza che permette agli inserti di tastiera (mellotron e hammond!!) di trovare il giusto spazio tra riff, orchestrazioni e contrappunti, sostenuti adeguatamente dal profumo seventies che si respira in tutte le composizioni.

Fanno il resto una sezione ritmica incredibile, capace di sfornare innumerevoli incastri asimetrici di gusto sopraffino, dotati comunque di un senso del groove impeccabile nel tenere costantemente alto il livello di tensione, e un elegante senso melodico che impregna e caratterizza il contesto anche nei momenti più duri ed aggressivi.

Ne esce da reale vincitore (stavolta ancor più chiaramente) il già citato cantante chitarrista che, oltre a dimostrare di aver saputo scegliere bene i nuovi innesti(batteria, chitarra solista), sfodera una prestazione vocale di livello elevatissimo maggiormente imperniata sulle clean vocals, relegando il suo mastodontico growl in un ruolo un pelino più defilato che in passato.

Insomma, la prova del nove è riuscita, ammesso che ce ne fosse bisogno.
Che nessuno si lasci sfuggire questa opera d’arte. L’ennesima.