Orphaned Land – The Never Ending Way of Orwarrior

Orphaned Land – The Never Ending Way of Orwarrior

Nel 2004 gli Orphaned Land danno alla luce “Mabool”, l’album della consacrazione della band. Mabool ha il merito di far emergere dall underground il combo israeliano e portare alla ribalta il genere oriental metal ma, soprattutto, viene riconosciuto come un assoluto capolavoro dalla critica essendo eccezionalmente innovativo nel suo genere. Dopo di che seguono ben 6 anni di silenzio discografico, escludendo l’EP “Ararat”.

Oggi, nel gennaio del 2010, gli Orphaned Land ci regalano “The Never Ending Way of Orwarrior”, un concept album semplicemente fantastico nella sua complessità, articolato in 3 parti. Basta ascoltare le prime note e subito si comprendere il perché di una così lunga gestazione abbia preceduto il parto di questo lavoro. Quella che ci troviamo davanti è un’opera profonda e completa: se “Mabool” ricorda tutto ciò che può esser stato “Images & Words” per i Dream Theater o “Morningrise” per gli Opeth nelle rispettive uscite discografiche di quegli anni, “The Never Ending way of Orwarrior” incarna senza alcun dubbio “Scenes for a memory” e “Blackwater park” e almeno per una volta, i paragoni non sono affatto avventati, bensì molto pertinenti! Il non eccelso livello di popolarità di cui godono è forse l’unico deficit di cui soffrono nel confronto con le due blasonate band appena citate, ma in quanto a maestria e capacità non vi è supremazia di sorta.

Il fattore discriminante che realmente differenzia e caratterizza i tre mostri sacri tra loro è la propria terra, le proprie origini. Gli Orphaned Land continuano a portare avanti con la loro musica corale la loro battaglia personale contro la guerra per il territorio, la violenza scatenata dall’appartenenza ad un credo religioso diverso e le tradizioni troppo ottusamente conservatrici. Nel loro concept album si trovano lingue di culture diverse che celebrano canti popolari di paesi diversi, suoni prodotti da strumenti tipici del folklore della penisola araba e un unico grande testo, la storia dell’album, che mira all’unione, al rispetto e alla dignità dell’essere umano con i propri simili. Una tale pacifica apertura di pensiero non può che essere accompagnata da un frontman del calibro di Kobi Farhi, dalla bravissima Shlomit Levi e da tutta una band che ha raggiunto la totale consapevolezza della propria sterminata capacità musicale.

. Il marchio di fabbrica degli Orphaned Land non tradisce neanche questa volta: all’interno di un progressive metal maturo che incarna la struttura delle composizioni si innestano ritmiche e melodie orientaleggianti suonate con strumenti esotici che danno un tocco di magia e originalità allo smisurato panorama sonoro. La maturità del lavoro è evidente anche sotto l’aspetto della produzione: le parti orchestrali sono state affidate all’Orchestra di Nazareth e sorprende la collaborazione di Steven Wilson (leader dei Porcupine Tree e dietro la console anche per gli Opeth) per gli arrangiamenti e per il mixing, a sottolineare, di nuovo, la forza aggregante della musica.

Ci vuole concentrazione e più di un ascolto per padroneggiare “The Never Ending Way of Orwarrior”, così come è stato necessario per “Scenes for a memory” e “Blakwater park”. Per gli ascoltatori più devoti, si consiglia in quanto concept album, di ascoltare le singole tracce con il libretto di testo in mano, in modo da avere la completa visione delle gesta del “Guerriero di Luce” degli Orphaned Land.