Patron – To Kill a Petty Bourgeoisie














Patron – To Kill a Petty Bourgeoisie<br />

Genere:shoegaze,ambient,post rock…
Data uscita:2007
Label:Kranky
Durata:N.A.
Sito Web:N.A.
Voto:8.0/10
Recensito da:Marialuisa Amodio
"Patron

Patron – To Kill a Petty Bourgeoisie

Arriva dal Minneapolis un nuovo duo uomo-donna: Jenha Wilhelm (voce, multistrumentista) e Mark McGee (elettronica, multistrumentista). “The Patron” è il loro album di debutto per l’etichetta indipendente Kranky.
Il genere è una raffinata miscela di elettro-noise su scenari gotici, trip-hop (i Portishead più cupi) e dream-pop alla Slowdive scarnificato in uno shoegaze che richiama i My Bloody Valentine più eterei. Ecco le radici sonore del duo, ma il risultato è una pianta aliena e malsana, con foglie traslucide dagli strani colori, sicuramente velenosa. Sì, perché, una volta superata la diffidenza iniziale (non è proprio un ascolto facile) ne sarete dolcemente intossicati, sempre più desiderosi di scoprire le sottilissime trame che compongono questo indefinibile e mistico tessuto sonoro di rumori, ritmi trip-hop, cantilene dolcissime e solenni (ascoltate Lovers & Liars, con ritmi da luna park in uno straniante loop, graffi noise, e il canto da Alice nel paese delle meraviglie Dark di Jenha).

E’ un contrasto straniante quello che dà vita al suono unico di questo disco, fra la voce limpida, sensuale, onirica di Jenha Wilhelm, e il tessuto sonoro elettro-noise cupissimo, straziato, eppure mai sgradevole, come se l’orrore debba esser presentato con dolcezza e distaccata gentilezza.
Anche quando è sporcata e campionata la voce resta limpida, su un altro livello, pare non mescolarsi mai con la musica, ma le scorre accanto, la sfiora, l’accarezza. E’ un contrasto alchemico: anche il passaggio sonoro più distorto, sporco e rumoroso, diventa pura armonia angelica.

E’ dalla prima traccia che è subito messa a nudo l’anima del disco: tre forti squarci di rumore su un vischioso tappeto elettro-dub-noise, che mettono subito in chiaro il territorio sonoro piuttosto respingente per chi è abituato ad ascolti più leggeri. Entra la filastrocca dark di Jenha e sappiamo che non possiamo più scappare: è il canto della sirena, che ci porta in lande pericolose e affascinanti, dove ci sembra di riconoscere una Bjork cadaverica e malvagia, un trip-hop ancora più slow, suonato da devianti mentali, lo shoegaze che abbiamo immaginato siano soliti suonare nell’Ade. Insomma ci sembra di riconoscere riferimenti musicali, generi, ma sono tutti capovolti, come in Alice Oltre lo Specchio, sono diversi da come li ricordiamo, come in un sogno. O in un bellissimo incubo.

Per avere ancora un’idea del risultato finale di questa alchimia voce-suono immaginate un film di Shinya Tzukamoto. O semplicemente uno di quegli Horror Coreani e Giapponesi, in cui la protagonista, vittima e regina del male, è sempre una ragazza tanto incantevole quanto inquietante, o più spesso una bambina, dal viso pallido e gli occhi glaciali. E immaginate i luna park deserti di notte, i carillon che suonano quando qualcosa di spaventoso sta per accadere (non a caso c’è un carillon in coda a Dedicated Secretary , e le litanie circensi fanno spesso capolino, seppur abilmente camuffate, dalle trame sonore di varie tracce, come nella già citata Lovers & Liars, o in I Box Twenty).

Eppure la voce di Jenha non è mai crudele, ma vi accompagna con dolcezza, a volte cantando una ninna nanna, su ritmi di marcetta e dissonanze, come negli otto minuti di The Man With The Shovel. O quando finalmente si apre quasi lieta nel liberatorio finale, Window Shopping, un risveglio in cui scompaiono le trame sonore angoscianti, quegli incubi rarefatti che non dimenticheremo facilmente.

Un poema saturnino da ascoltare più volte, un regno incantato da attraversare con abbandono.