Portishead – Third














Portishead – Third

Genere:Trip Hop
Data uscita:28/04/2009
Label:Island
Durata:N.A.
Sito Web:portishead.com.uk
Voto:8.0/10
Recensito da:Giuseppe Celano
"Portishead

Portishead – Third

Diciamoci la verità, nessuno di noi si sarebbe aspettato un altro album dei Portishead, né tantomeno un’opera di questo spessore.
Gli anni passano per tutti e hanno il loro peso, vero?
Falso!! Dieci anni non sono bastati per smantellare la macchina sintetica responsabile del nuovo “Third”.
Tre, il numero perfetto per antonomasia, colpisce ancora.

A volte ritornano e pure abbastanza lucidi e incazzati con il mondo.
Dubbi e paure vengono spazzati via dai pochi beats iniziali che danno il “la” a questa opera, definendo la nuova visione musicale della band.
Il loro ritorno, in forma smagliante per chi ancora non l’avesse capito, parla un'altra lingua.
Non più ballate soffici e glissate di “Dummy” e la voce rassicurante della Gibbons, che, anche se dolce, ora mette quasi ansia, è carica di dolore e pathos.

Le nuove composizioni sono un nodo alla gola. Il trio fa tabula rasa delle vecchie e trionfanti orchestrazioni, in favore di un sound che toglie il respiro, tentando, per loro stessa ammissione, di creare un contrasto netto fra le linee melodiche di Beth e la strada percorsa dai suoni. Il tutto viene ottenuto tramite un capovolgimento delle linee precedentemente missate alla voce di Beth, rendendole completamente dissonanti. “Silence” insinua il dubbio che la Gibbons abbia quasi paura di esplodere la sua voce. Lunghi interminabili minuti separano noi da lei e lei dalla musica. La voce è sempre delicata e instabile, quasi sepolta nel missaggio, fragile e sussurrata.
La musica e le atmosfere del disco impongono un senso di esasperazione per una condizione umana sofferente; tutto sembra essere il presagio di un crollo imminente, ma, come loro stessi ammettono, l’album è pervaso da un carattere positivo.

Questa dicotomia estraniante, inasprita dalla melodia di Beth, è la struttura basale di “Third”.
I Portishead sono maestri alchemici nel far funzionare il tutto, sono diversi e cambiati, certo, ma la loro vena artistica e compositiva è rimasta intatta e penetrante, ammantata di un antico smalto misterioso e lucente.
L’esperimento di denaturare il connubio fra voce e violenza delle macchine (We Carry On), che contiene in nuce qualcosa di arabeggiante, il tentativo in “Nylon Smile” di far sembrare tutto uguale al passato e tutto diverso, sono le nuove strutture portanti della band. L’unico brano che lega il gruppo agli albori è “Plastic”, avvolta da synths e dalla nuova presenza in pianta stabile della batteria, elemento caratterizzante di un sound spettrale e plumbeo. “Threads” meta finale di questo lungo e impervio viaggio, vede Beth accompagnata da un’inquietante sirena, ottenuta dalla sovrapposizione di milioni di synths aggiunti alla chitarra: un esperimento da “nerd”.

Il tempo è stato clemente con i Portishead, restituendoceli come se avessero viaggiato fra le pieghe temporali senza risentirne, senza violare la continuità spazio-temporale.