Anathema + The Ocean @Alpheus, Roma 12/11/10

Ennesima calata italica per gli Anathema, band che può vantare ormai quasi 20 anni di onorata carriera costellata da 8 ottimi album(alcuni dei quali veri e propri capolavori) e la paternità del Death doom metal (insieme a Paradise Lost e My Dying Bride) genere da un pezzo però abbandonato a favore di un alternative rock/metal psichedelico di classe purissima.

Forti della pubblicazione del nuovo, validissimo, “We Are Here Because We Are Here” gli Anathema hanno dato appuntamento all’Alpheus di Roma ai loro fan romani che hanno risposto alla grande: locale stracolmo!

Ma andiamo con ordine. La serata prevedeva ben tre artisti in scaletta: apriva le danze Peter Carlsen, seguito dai tedeschi The Ocean che avrebbero poi lasciato il posto agli headliner inglesi.

Purtroppo, i soliti problemi di parcheggio che attanagliano la zona e l’orario di inizio(ore 20) non ci permettono di assistere alla performance del compositore norvegese. I presenti comunque raccontano di una buona prova solista, con toni intimi e raccolti di buon impatto.

Chi scrive era particolarmente curioso di vedere all’opera i The Ocean, gruppo stratosferico che ha dimostrato nei suoi lavori di saper trovare un equilibrio tra diversi generi portando nuova linfa vitale al caro vecchio metal. Partendo da lidi post hardcore e post metal, passando per progressive e sfociando in un vero e proprio experimental metal, sono riusciti a creare un ibrido vincente che ha contraddistinto capolavori del calibro di Precambrian e ottimi lavori come il doppio Heliocentric / Anthropocentric (in realtà uscito nelle sue due metà a 6 mesi di distanza).

I tedeschi partono subito forte con “Firmament”, opener di Heliocentric e uno dei migliori pezzi mai scritti dal gruppo, anche se l’impatto viene parzialmente attutito da una resa sonora non ottimale. Si migliorerà comunque con lo scorrere della scaletta composta di altri 3 pezzi estratti da Heliocentric e uno da Precambrian tutti suonati con grande energia ma accolti tiepidamente da un pubblico forse poco avvezzo a questo genere di sonorità. Si chiude quindi con la doppietta “The Origin of Species” e “The Origin of God” un buon concerto, breve ma molto intenso, suonato da una band in gran forma che dimostra anche dal vivo di quale pasta sia fatta.

Veloce cambio di palco ed ecco gli Anathema calcare le assi. Anche qui si parte forte, pur incontrando di nuovo nei primi pezzi ancora problemi al sound che verrano poi risolti portando il concerto ad un livello più che accettabile, con i primi quattro pezzi di Judgement, capolavoro della seconda parte di carriera della band Inglese, con il pubblico che accoglie con veri e propri boati canzoni del calibro di "Deep" e "Pitiless", sicuramente tra gli apici compositivi dei fratelli Cavanagh e soci. Daniel, chitarrista e principale compositore sa come attirare l’attenzione su di se grazie ai fraseggi ammalianti della sua chitarra mentre Vincent si dimostra sempre più frontman/singer navigato in grado di dare la giusta verve a tutte le canzoni. Ovviamente anche Jamie fa il suo(come gli altri membri), sostenendo al basso tutte le canzoni con la giusta carica, rivelandosi come l'anima più heavy del gruppo.

Vengono quindi chiamati in causa altri grandi pezzi della loro discografia come "Empty" e "Lost Control" da Alternative 4 e soprattutto la splendida "Balance" da A Natural Disaster, tutte suonate con grandissimo trasporto emozionale che coinvolge una folla ammaliata da una prestazione che supera anche le più rosee previsioni. Dopo una "A Natural Disaster" da brividi eseguita con l’ausilio della bravissima Lee Douglas (sorella del batterista) si prosegue poi con "Judgement" che si rivela un'ottima rampa di lancio per il lirismo di Flying cantata in coro da tutti i presenti.

Scelta “coraggiosa” poi quella di presentare per intero il nuovo album, decisione che spesso presenta il rischio di allentare l’attenzione dell’audience. Il nuovo lavoro è però composto in maggioranza di pezzi ottimi, (a parte qualche passo a vuoto nelle tracce centrali), e il pubblico gradisce non poco dimostrando di conoscere già in maggioranza i testi di molte nuove canzoni.

Si passa infine all'encore che attraverso il terzetto "Are You there?", "One Last Goodbye" e "Fragile Dream" saluta un pubblico pienamento soddisfatto (e in alcuni casi commosso) da una prestazione qualitativamente e emotivamente (e quantitativamente: 2 ore e 30!!!) impressionate sotto tutti i punti di vista da parte del sestetto Inglese. Applausi a scena aperta.