Benson, George – Roma, Auditorium Parco Della Musica, 15/07/2008

George Benson – Roma, Auditorium Parco Della Musica, 15/07/2008

La Cavea dell’Auditorium, aperta solo per la bella stagione, durante la rassegna Luglio Suona Bene, è un ambiente molto suggestivo dove puoi godere dei migliori concerti con un’acustica straordinaria e di un palco ampio ma non troppo distante dalla visuale del pubblico, il tutto incorniciato da un limpido cielo stellato.
Sono davvero incuriosito di poter finalmente avere sotto gli occhi, questa sera, un genio della chitarra come George Benson.
Una tenda nera copre lo sfondo della scena e su di essa campeggia una chitarra stilizzata, nera e grigia, con, all’interno del corpo, le iniziali del nostro artista, affusolate simmetricamente come le stesse curve della sei corde.
L’inizio dello show è puntuale (si sa, l’organizzazione dell’Auditorium è quasi chirurgica), nonostante ci sia ancora qualcuno che deve prendere posto tra il pubblico.
George entra acclamato ed imbraccia subito la sua semiacustica, sciorinando sulle prime delle scale fulminee, tali da rendere quasi invisibili i movimenti delle sue dita.
Il gruppo con cui si accompagna è decisamente numeroso, anche se un artista del suo calibro, a mio parere, non avrebbe bisogno di tutti questi riempitivi: oltre al classico basso-chitarra-batteria, infatti, ci sono ben due tastiere sul palco, in grado di emulare ogni tipo di effettistica immaginabile.
Colui che siede dietro alle pelli è un giovane ragazzo di colore simile ad un vero e proprio metronomo: si destreggia in ritmiche apparentemente semplici, arricchendole di giochi con i piatti, rullatine, sfruttando fino all’ultimo ogni singolo elemento della fornita batteria che lo circonda.
La partenza sembra far ben sperare per chi è venuto qui col desiderio di riscoprire un virtuoso di tale calibro, ma ben presto, purtroppo, mi rendo conto che forse siamo in pochi ad essere lì per questo.
Benson troppo spesso lascia il suo strumento a terra, aggrappandosi al microfono per sfoggiare il suo repertorio di romantiche ballate o pezzi dance alla Lionel Richie/Whitney Houston della quale fra l ‘altro esegue “The Greatsest Love Of All”, dove le tastiere la fanno da padrone con i loro suoni sintetizzati. Le elettriche scompaiono, il bassista può dimenticare di avere più di un solo dito alla mano destra e il batterista soffre una ritmica che lo incatena ad un binario teso e lineare come una spada… Decisamente non era proprio questo che mi aspettavo.
Nonostante tutto ciò l’intera Cavea si alza in piedi per omaggiare il nostro George, seguendone ogni ammiccata e ricambiando ogni sorriso malizioso di questo eroe della chitarra, Donne di ogni età impazziscono in massa, scuotono le loro forme generose indirizzando urla stridule verso questo pseudo-mattatore a forti tinte dance
La mia dissociazione sarebbe totale se non fosse per una manciata di pezzi davvero micidiali fra cui una memorabile “Breezin’”. Non posso credere, però, che un talento del genere capace di mettere in ginocchio qualsiasi jazzista, abbia trasformato a tal punto il suo live set venendo incontro alle esigenze di un pubblico più soft e assecondando le leggi di mercato del radio-friendly.
La serata prosegue e io, ma non solo, continuo a sperare che prima o poi il demone del jazz s’impossessi ancora delle sue dita. Per fortuna la cosa succede durante lo spettacolare brano che lo vede in lotta per domare la sua Ibanez, violentandone il manico come pochi, inseguendo le note da un tasto all’altro.
Eppure è uno dei rari lampi di genio, offuscato dal resto dello spettacolo, piuttosto deludente ma tecnicamente impeccabile.
Sul finire il batterista si lancia in un assolo interminabile, mostrando la sua vera natura di “bestia inumana”, un “diavolo nero”, instancabile, preciso e fantasioso.
Grande maestria e capacità di tenere il palco come pochi alla sua età, ma tutto ciò non giustifica che tanto talento venga incanalato solo verso l’easy-listening.
Alla prossima George, sperando che ne sia una, perchè una volta entrati in questi loop infernali, sono sicuro che se non eseguisse i pezzi “lenti” scontenterebbe molte più persone del sottoscritto e pochi altri nonché qualche classico avvoltoio che sta dietro la sua uscite del malcapitato chitarrista di turno!