Chris Cornell Unplugged @ Firenze, Cavea del Teatro Nuovo 29/6/2012

Chi scrive ha ancora ben impresso nella memoria, negli occhi e nelle orecchie il concerto dei redivivi Soundgarden(concerto che aspettava da una vita e che non ha deluso mimimamente l'aspettativa) ed ecco che si ripresenta neanche un mese dopo l'occasione di ascoltare nuovamente la voce dello strepitoso cantante del gruppo di Seattle, in versione acustica e solista.
Concerto sold out, caldo infernale, bollenti i gradoni in pietra della Cavea del nuovo Teatro di Firenze. Eppure, sin da subito si capisce che quella a cui si sarebbe assistito sarebbe stata una serata indimenticabile.
Vola via la mezz'ora dedicata all'imbarazzatissimo e comunque apprezzabile opener Paul Freeman, giovane menestrello di sicuro talento che tra pezzi propri incastona "I'm on fire" del Boss in duetto con un'altra giovane singer. Applausi e attesa crescente per l'incombente main act.
Ed eccolo Chris calcare le assi del palco in perfetto orario ed in perfetta forma, sorridente e pronto a stringere le mani a tutti quelli che si accalcano ai bordi del palco per salutare l'artista. Subito imbraccia la chitarra e avverte:" Questo è il concerto fottutamente perfetto, potete cantare quando vi va, potete fare casino se vi gira, potete urlare al cielo….divertitevi". E, Chris dimostra di sapere benissimo quello che dice, ed è lì per dimostrarlo.
Ed è bellissimo sentire come pian piano l'incredibile voce del singer si scalda, dapprima ruvida e graffiante sulle opener "Scars on the Sky" e "House Where Nobody Lives" omaggio al grande Tom Waits poi a mano a mano sempre più ipnotica e avvolgente.  Una volta scaldati i motori è facile far scorrere via "Ground Zero" che, nonostante provenga da quell'orribile pastrocchione  partorito un paio di anni fa con Timbaland, prende nuovi connotati e rivela un'anima melodica di prim'ordine, cosa che è già caratteristica primaria della lunare " Wide Awake", primo estratto della serata pescato nella discografia degli Audioslave.
E siamo giusto ad un passo dal primo climax del concerto: a "Be Yourself" e alla splendida gemma "Can't Change me", pezzo forte del primo disco solista di Cornell, il compito di introdurre la sezione di scaletta dedicata ai primi anni di carriera di Chris. Così si torna alla fine degli anni 80 ad omaggiare lo scomparso Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bones e principale ispiratore del grunge che esploderà di li a poco: si parte quindi da "Man of Golden Words" dei Mother love Bones (impreziosita nel finale da un accenno a Confortably Numb), e si passa così, scavalcando i nineties, alla tripletta da brividi "Wooden Jesus", " Call me a dog" e "Hunger Strike" estratte dall'album unico della band Temple of the Dog creata 20 anni fa per omaggiare l'amico troppo presto dipartito. La voce di Chris ormai è alle stelle, si lascia andare al meglio del suo sconfinato repertorio tra estensioni, strappi, trame di seta e morbidi sussurri e i brani lasciano scorrere brividi nei presenti e palpitare anche i cuori più duri.
L'ottima "Sunshower" apre poi ai primi due estratti dai dischi dei Soungarden: il riff d'apertura di "Fell on Black days", scuote le anime dei presenti nel profondo e il pezzo sembra vivere una nuova esperienza di vita in veste acustica, rivelandosi ancor più disperato e intimo.
La seguente "Outshined" è quindi una piacevole sorpresa: la versione unplugged di una canzone tosta e concisa non ha niente da invidiare alla potentissima originale aggiungendo nella costruzione un pizzico di maggior respiro. Siamo a malapena giunti a metà concerto e già ci sentiamo soddisfatti ma non si fa in tempo a prender fiato durante le soliste "When i'm down" (dove Chris sfodera una vocalità che ben si sposerebbe con il soul)  e "Scream" che ecco arrivare "Blow up the Outside World": esecuzione magistrale, chorus cantato da tutto il pubblico che offre la spalla anche per l'ostinato ripetuto finale mentre Chris si lascia andare ad una coda infarcita di Loop, reverberi e Delay che portano il pezzo verso lidi psichedelici tenebrosi.
La successiva "Seasons" ha poi il merito di lanciare una versione pienamente Cornelliana di "Thank you" degli Zeppelin che rende più che giustizia a coloro che più volte sono stati invocati come i Signori del Rock. La magnificenza del pezzo sostenuto dal registro più delicato della timbrica di Cornell impreziosisce ancor di più una scaletta alla quale nessuno avrebbe nel suo intimo più nulla da chiedere.
E invece ecco arrivare la doppietta "audioslaviana" che vedono "Like a Stone"(per la verità la meno riuscita del lotto) e "Doesn't remind me" assumersi il compito di far calare il sipario prima della solita finta uscita di scena dell'artista.
E Chris non si fa attendere molto. Torna ancor più sorridente e risponde al boato che lo accoglie al rientro calando 4 assi che stendono definitivamente i presenti ai suoi piedi:
Alla "bucolica" Burden in my hand" dei Soundgarden, cantata in coro da tutto il pubblico che ormai non sta più seduto ed in buon numero ha raggiunto i bordi del palco, fa seguito "I am the Highway" degli Audioslave che in questa veste raggiunge sicuramente il suo apice espressivo.
La chiusura spetta naturalmente a "Black Hole Sun", la pseudo ballad grunge più riuscita e famosa nel suo genere, che poi cede il passo in coda ad un omaggio ai Beatles: la meravigliosa "a Day in the Life". Così si chiude un concerto che alla fine si è rivelato essere proprio come aveva predetto Chris in apertura: "fottutamente perfetto".

Foto di Amos Kahana e Matteo Colusso.