Dream Theater e Symphony X

Dream Theater e Symphony X : Roma, Palalottomatica 26/10/2007

I Dream Theater in Italia è come se fossero di casa. Si presentano regolarmente nel nostro paese un paio di volte l’anno con parecchie date ogni tour e la risposta del pubblico nostrano è sempre stata eccellente. Questa volta il concerto di Roma va in scena con l’etichetta Sold out esposta sulle locandine in giro per la città e sui botteghini di fronte allo stadio. Gli ultimi due appuntamenti al Palalottomatica avevano visto i Dream Theater esibirsi in lunghi show celebrativi di tre ore intitolati “an evening with Dream Theater”che non prevedevano sul palcoscenico alcun gruppo spalla. Il successo di pubblico fu molto consistente anche allora ma stavolta, a nostro parere, l’asso nella manica era rappresentato dalla presenza di una band di enorme valore a supportare l’esibizione dei Newyorkesi: I Symphony X. Il gruppo di Michael Romeo, Russel Allen e soci, fresco anch’esso di pubblicazione del nuovo brillante “Paradise Lost”, dall’alto del loro personale progressive power metal molto sinfonico, si prestavano benissimo a scaldare gli animi dei fedelissimi prog fan sugli spalti.

Il concerto inizia in orario perfetto. Ore 20 e le luci sono già spente mentre le note di “Oculus ex Inferni” iniziano a rimbombare nella struttura. L’ingresso dei Symphony X è però accompagnato da due amare sorprese. Sin dalle prime note di “Set the world on fire”il suono confezionato dai tecnici e l’acustica del palalottomatica penalizza la resa della canzone trasformandola in un rissoso scontro cacofonico, con i medi sparati al massimo che massacrano le uscite della sezione ritmica. Inoltre la band è relegata in uno spazio a dir poco risicato, che nonostante la mole del palco, costringe i membri a muoversi in pochissimi metri a disposizione, tra innumerevoli cavi, spie e addobbi che serviranno agli headliner. E poi si sa che con i Dream Theater, metà palco serve per qualcos’altro….

Nonostante tutto ciò la band mette a ferro e a fuoco l’intero Palalottomatica con una prestazione energetica che manda in visibilio tutti i presenti, anche chi per la prima volta si accostava al sound della band. La scelta della scaletta risulterà essere molto azzeccata essendo incentrata su pezzi meno complessi, più diretti e veloci spaziando tra gli ultimi album della band. Russel Allen, dal canto suo, manda in briciole le orecchie dei presenti, offrendo una prova vocale grintosa e di gran classe che trionfa comunque sulla terrbile acustica del palazzetto(e sulla poca “attenzione”dei tecnici), lasciando a James Labrie l’ingrato compito di salire sul palco dopo di lui. Nel frattempo alle tracce del nuovo album si alternano pezzi da novanta della loro discografia che rispondono al nome “Sea of lies” e soprattutto “Smoke and Mirrors”cantata a squarciagola dai fan del gruppo presenti. Alla fine della loro(troppo) breve esibizione il palazzetto non può far altro che tributare il giusto omaggio alla band che si rivelerà, tutto sommato, la vera protagonista della serata.

Se il lavoro dei tecnici del suono andrebbe condannato senza appello sotto ogni punto di vista non si può muovere alcun appunto agli addetti al montaggio delle attrezzature: dopo un velocissimo cambio di palco difatti le luci sono già spente ed è già tempo(di nuovo in orario)per l’ingresso degli headliner della serata.

Come ampiamente pronosticabile i Dream Theter iniziano la loro esibizione con il primo singolo estratto dal nuovo Systematic Chaos, e quindi tocca a “Constant motion” il compito di aprire le danze. Il pezzo, palesemente il migliore dell’ultimo album, ben si presta per il compito assegnatogli e al termine dell’esecuzione tutto il pubblico è ai loro piedi. Stranamente, il sound che ha accompagnato l’esecuzione della canzone(e di tutto il concerto da ora in avanti) si rivela essere perfetto con le casse che emettono suoni ben bilanciati e curati sotto tutti i punti di vista. Ubi maior….

Un boato accompagna l’inizio di “Strange Deja Vu” da Scenes from a Memory e i presupposti per un grande show iniziano decisamente a schierarsi, suggeriti da una band in gran forma intenta a tirar fuori gemme meno considerate della loro discografia in sede live; la scelta di Blind Fate da Six Degrees of Inner Turbolence in terza posizione non fa che confermare il presentimento.

“Surrounded”, finalmente, “Surrounded” . Sono troppi anni che Roma aspettava questa meraviglia targata 1992 e contrassegnata “Images and Words”. Un pezzo da brividi che sale e scende in continuazione, che avvolge, abbraccia, riscalda. Quello che sarà il punto più alto del loro concerto manda tutti i presenti in estasi, stregati e oramai alle soglie dell’idolatria. Tutto perfetto? Macchè!! Nel culmine del pezzo, l’accelerazione centrale, i Dream snaturano ciò che non può essere profanato in nessun modo: l’assolo, completamente stravolto e stiracchiato, viene eseguito dal pur buono Jordan Rudess(ci mancherebbe discutere la sua tecnica) imbracciando una curiosa e tamarra tastiera nera a tracolla modello Sandy Marton in “People from Ibiza”. Intanto la sezione ritmica non “parte” come dovrebbe e così la frittata è fatta. Ed è da questo punto in poi che il concerto assumerà connotati sempre più inquietanti soprattutto per i fan di vecchia data. La scaletta prende difatti una direzione a dir poco discutibile orientandosi soprattutto sulla proposizione dei pezzi del nuovo, controverso, album. E così inizia il consueto e temuto show promozionale diviso dalla salutare boccata d’aria di “Lines in the Sand”, estratta da “Falling into Infinity”. Gli ultimi diciotto minuti che precedono il finto commiato si perdono nella spropositata lunghezza di “In the Presence of Enemies”,suite in due parti, che se non altro ha il pregio di risollevare la qualità dei pezzi dopo la stucchevole “The Ministry of Lost Souls”, inspiegabilmente idolatrata dai nuovi fan della band.

Si spera allora in un encore con qualche classico o qualche chicca ma dietro il trionfale rientro altro non si cela che uno sciatto medley che, nonostante gli accenni a “Learning to Live” e “Finally Free”, si perde nella fiacchezza di “In the Name of God” e “Octavarium”(l’incipit era stato affidato a “Trial of Tears”…).

La situazione non migliora prendendo in analisi gli assoli dei singoli(di nuovo Rudess- Sandy Marton e le superplettrate di Petrucci) che hanno interrotto in alcuni frangenti il succedersi delle canzoni rivelando una capacità improvvisativa molto poco ispirata e tutta rivolta a passaggi iperveloci che nonostante tutto incantano incomprensibilmente gran parte della folla sempre e comunque osannante.

Nessun guizzo, nessuna scelta coraggiosa, nessuna sorpresa(se non quella cattiva della scaletta eccessivamente promozionale e fitta di “b-sides”) nessun estratto da Awake e nemmeno un accenno a pezzi storici come “Pull Me Under”, “Metropolis”, “Take the Time”, “Fortune in Lies”, “Fatal Tragedy” “Ytse Jam”…

Dopo l’enorme omaggio del Gods of Metal con la proposizione per intero di “Images and Words” in occasione del 15mo anniversario dell’uscita dell’album, i Dream Theater si sono resi artefici di una esibizione, come sempre, impeccabile dal punto di vista tecnico e sonoro, ma stucchevole, ridondante e tronfia, aggravata inoltre da uno spirito autoincensatorio che non si addice a un gruppo della loro classe e levatura.

Nel 2009 ricorrerà contemporaneamente il quindicesimo compleanno di “Awake” e i venti anni dalla pubblicazione di “When Dream and Day Unite”: bisognerà aspettare fin lì per vedere uno show con i fiocchi?

Tracklist:

Constant Motion

Strange Deja Vu

Blind Fate

Surrounded

Dark Eternal Night

Rudess Solo

Lines in the Sand

The Ministry of Lost Souls

In the Presence of Enemies part 1 e 2

Encore:

Medley(Trial of Tears, Finally Free, Learning to Live, In the Name of God, Octavarium)