Gods Of Metal 2011 – 22 Giugno 2011 Rho (MI)

Bill:
Judas Priest
Whitesnake
Europe
Mr.Big
Cradle Of Filth
Epica
Duff McKagan’s Loaded
Cavalera Conspiracy
Baptized In Blood  

Nel caos moderno esistono pochi avvenimenti su cui si può davvero scommettere senza correre il rischio di restare con la cosiddetta mano bruciata. Uno di questi è il successo dell’evento “Gods Of Metal”. Si sa, le critiche ci sono sempre: c’è chi pensa che alcuni artisti siano stati posizionati troppo in basso nel bill, altri che fanno polemica sui prezzi dei panini e delle birre (effettivamente quest’anno sembravano ancora più alti), ma con il senno di poi non esistono eventi nel nostro paese che permettono ai metaller italiani di godere di artisti di quel calibro internazionale.

La nostra unica critica a questo tredicesimo anno di Gods Of Metal è rivolta all’organizzazione: il polo fieristico di Rho è uno spazio davvero incolmabile, gigantesco e pensare la cassa biglietti in una posizione opposta rispetto all’ingresso dello show è del tutto improponibile. Inoltre a differenza degli altri anni non era permesso uscire dallo spazio dedicato all’evento per poi rientrarvi. Ci si sentiva un pò ostaggio del parcheggio fieristico.

Per tali vicissitudini abbiamo perso la prima band, i Baptized In Blood, e siamo entrati direttamente all’apertura dei Cavalera Conspiracy, alias Igor e Max Cavalera, fondatori dei Sepultura. Un nome una garanzia, idem per la loro esibizione, potente e piena di energia: un Igor in ottima forma che ha richiamato qua e là ritmi brasiliani omaggiando le proprie origini ed un Max ancora potente (anche se con voce un pò calante). Il duo, insieme a Joe Duplantier e Marc Rizzo, ha esaltato il pubblico con i grandi successi dell’album d’esordio: grandi su tutti “Black Ark” e “Inflikted” seguiti dalle irragiungibili perle del passato, “Chaos A.D.” e “Roots Bloody Roots”. Non è mancata l’occasione di presentare al pubblico il figlio di Max, Ritchie Cavalera, ormai maturo e capace di cantare sullo stesso palco insieme al padre.

Subito dopo spazio all’hard rock dei Loaded capitanati dall’ex-Guns ‘N’ Roses Duff McKagan, già precedentemente ospitato nel bill del Gods. Nonostante i problemi tecnici che li hanno attanagliati per quasi tutta l’esibizione, i ragazzi hanno tenuto alto l’indice del Rock, non solo durante le riproposizioni dei cavalli di battaglia dei Guns (“So Fine” tratta da “Use Your Illusion II” e “Attitude”, già cover dei Misfits) ma anche nell’eseguire gli ultimi successi tratti da “Sick” ed i classici del repertorio targato Loaded. Duff è sempre in formissima e l’ultimo membro entrato in line-up, Isaac Carpenter alla batteria, si è dimostrato un vero portento.

Da questo momento in poi il livello è iniziato a calare. Gli Epica hanno proposto il loro metal sinfonico ormai immutato negli anni e pur godendo di un buon seguito non hanno innalzato l’attenzione dei presenti, così come si compete ad una band già a metà bill.

Peggio ancora i Cradle Of Filth che, nonostante il valore creativo guadagnato nella scena symphonic black metal, hanno confermato il calo degli ultimi anni (ultimo decennio?!) in studio e decellerato la corsa dell’adrenalina del pubblico. Pochi gli applausi, pochi i sostenitori, scialbo lo spettacolo ed una scaletta che ha premiato immeritatamente gli ultimi lavori discografici.

Da questo istante, ovvero le 16.15, è iniziato il vero show. Ingresso per i Mr.Big, la band interiormente più giovane del lotto: mai fermi per due secondi uno di seguito all’altro, Billy Sheehan e Paul Gilbert (tornato nella band dopo la lunga assenza) hanno dato dimostrazione di tutta la propria tecnica, trasmettendo cosa significa veramente avere esperienza per uno strumento. Gli assoli sono fioccati uno dopo l’altro, mentre Eric Martin dava lustro delle proprie immutate doti vocali. “Little Boy”, “Green-Tinted Sixties Mind”, “Take Cover”, sono solo alcune grandi canzoni che il quartetto ha regalato ad un pubblico mai stanco del nome Mr. Big.

E così giunse il momento degli immortali Europe di Joey Tempest, conosciuti da mezzo globo per la fortunatissima The “The Final Countdown”. Grandissima forma per la band, forte anche della presenza di Mr. John Norum, ottimo chitarrista capace di collocare gli Europe nell’olimpo delle vere heavy metal band. Joey ha dimostrato ancora una volta di avere una voce tremendamente impattante, nonostante i trenta anni e più di live: con “Start From The Dark” e “Rock The Night” ha letteralmente abbracciato il pubblico e conquistato tutti; di grande effetto anche “More Than Meets The Eye”. Una band da riscoprire e che molti sminuiscono a causa del brano che li etichetta da una vita.

I Whitesnake hanno semplicemente concorso alla posizione di headliner del festival. Per carisma, per talento e per l’immenso supporto dei fan presenti. La band di David Coverdale, fondatore e ormai unico ancora in line-up, ha sbalordito da tutti i punti di vista: la tecnica infinita, l’energia (David stavolta ha scelto musicisti molto più giovani di lui in grado di tenergli spalla) e la scelta dei pezzi hanno rappresentato un alchimia unica che ha reso lo show superlativo. Ovviamente omaggiato l’album “1987” con la roccheggiante ma romantica “Give Me All Your Love” e la dolce “Is This Love”, oltre che la potente “Still Of he Night” in chiusura. Da segnalare l’ultimo singolo “Love Will Set You Free”, davvero all’altezza del passato e “Forevermore” che ha scrostato il pubblico dal cemento di Rho. Un applauso al tecnicissimo e nuovo entrato Brian Tichy, un batterista davvero formidabile che David corteggiava da molto tempo. Uno spettacolo quello dei Whitensake da pochi.

Un pò di attesa ed alle 21.40 sono entrati gli attesissimi Judas Priest, pronti a quasi due ore e mezza di grande classic heavy metal. Il telo con su scritto “Epitaph”, dal nome del tour, metteva un pò di tristezza ma allo stesso tempo la notizia che avrebbero riproposto i grandi successi dei diversi periodi della band animava soprattutto le prime file, perennemente in movimento come in un’onda irrefrenabile. Avvio incandescente direttamente da “British Steel”: “Rapid Fire” e “Metal Gods” ci hanno portato ai fasti di un tempo con la conferma (questo era il dubbio) che la voce di Halford resta ancora all’altezza delle aspettative. La parentesi sui brani più recenti ha visto presentare “Judas Rising” e “Prophecy” ma la versione acustica riarrangiata di “Diamond & Rust”, l’immortale “Breaking The Law” durante la quale Rob ha lasciato per intero cantare il pubblico, e la coinvolgente “The Sentinel” hanno rappresentato le vette dell’esibizione. Grande coraggio nella riproposizione di “Blood Red Skies”, un pezzo che chiede molto alle corde vocali del singer, il quale ha saltato con classe l’ostacolo, mentre “Painkiller”, “The Hellion”, “Electric Eye” e “You've Got Another Thing Comin'” ci hanno fatto fare l’ennesimo salto indietro di venti anni. In chiurusa l’inmancabile “Living After Midnight”, più che un emblema un saluto ad un pubblico italiano che probabilmente non vedrà mai più suonare sul proprio territorio una delle più grandi band che l’heavy metal abbia mai avuto.