Local Natives @ Circolo degli Artisti, Roma 09-02-2010

Local Natives @ Circolo degli Artisti, Roma 09-02-2010

Martedi 9 febbraio.

 

Roma restituisce i colori di una reflex digitale tarata sul grigio medio; la pioggia, fina, incessante da diversi giorni la traveste da Sheffileld o qualunque altra città industriale britannica. La nuova politica di orari del Circolo (peraltro meritoria) in materia di inizio concerti conferma la percezione di cui sopra.  Presenzialismo e sana curiosità riempiono il locale.

 

I Local Natives si presentano con un look a metà tra la boy band da teen magazine gay anni 80 e il gruppo di indie-folk munito di barba e baffetti vintage. Inizio a temere la classica operazione commerciale.  Non soffro di sinestesia: fortunatamente i miei occhi non riescono ad influenzare le orecchie.

 

Il pregiudizio basato sull’aspetto del quintetto californiano cade immediatamente sull’incipit di Wide eyes brano trasognante capace di far rivivere una nostalgia spensierata grazie ad una sessione ritmica veloce con arrangiamenti afropop addolciti dalle armonizzazioni vocali dei cinque. Ad asciugare i calzini bagnati e saltellanti delle prime file contribuisce World News manifesto ideale del gruppo: soluzioni ritmiche e soluzioni chitarristiche alla Vampire Weekend si coniugano perfettamente con i cori alla Fleet Foxes. Ciò che stupisce maggiormente è il tiro che hanno i pezzi rispetto alla versione studio: anche la cover dei Talking Heads “Warning Sign” appare meno delicata e più incalzante grazie al sostanzioso lavoro del polistrumentista Kalcey Ayer,  picchiatore di colpi maleducati sul tom di scorta. A fianco di questa invidiabile freschezza assolutamente non giovanilistica,  nelle ballads come Who Knows who care, brano che fa assaporare l’inverno di chi ha sempre il panorama pieno di palme, e Sticky thread , il quintetto di Orange County costruisce un’ideale ponte col passato west folk anni 60 ricordando la vocalità degli Zombie e quella di Crosby, Stills, Nash e Young. In Camera Talk invece riescono a rimandare al pop orchestrale e trascinante degli Arcade Fire, peccato solo per la mancanza degli archi dal vivo.

 

A suggello di un concerto andato oltre le ben più rosee aspettative, interviene la splendida Airplane, masterpiece dell’intera serata: piano, cori, toy-guitar, marcette, melodie e cambi di ritmo sono gli ingredienti mescolati con misura per un piatto per gourmet da leccarsi i baffetti. Forti di un inatteso entusiasmo, sottolineato da inutili applausi da villaggio turistico, i Local Natives salutano il pubblico con una coda di canzoni come Stranger Thing dove i violini vengono sostituiti dai suoni del moog e dai riverberi chitarristici di Taylor Rice.

 

In una recente intervista su “Il Mucchio”, nonostante Ryan Hahn abbia dichiarato l’intento di voler fare musica al di fuori da questo tempo, la performance live, muscolare e poliedrica ha esaltato i poteri di sintesi di questa band capace di racchiudere in sè  buona parte della scena musicale odierna d’oltreoceano che va dal suono quirky dei Grizzly Bear all’approccio naif dei Vampire Weekend, dall’impasto vocale dei Fleet Foxes  alla massa sonora degli arrangiamenti degli Arcade Fire. Tutto questo in una sola band. Come diceva un vecchio spot anni 80: “provare per credere.”

 

Giuseppe Pugliese