Paolo Benvegnù @ Roma, Circolo degli artisti 28/03/1979

Nell’epoca in cui non si ricordano i titoli dei brani :”perché quella è la traccia 03” scaricata da qualche blog di un finlandese coi denti bianchissimi, è cimento coraggioso produrre un concept album e, ancor di più, è riproporlo ordinatamente anche in un concerto. Era dai tempi del concerto dei Sonic Youth ad Ostia – che suonarono “Day Dream Nation” – che non assistevo ad una scelta del genere. Il circolo registra il tutto esaurito. Terje Nordgarden, il cantautore norvegese, ormai italiano d’adozione, prepara un tappeto di arpeggi, ballate folk e buone maniere scandinave per l’entrata dell’amico, ex produttore, Paolo Benvegnù.

Il concerto si apre con un visual didascalico che campeggia alle spalle del gruppo dei Benvegnù: “Hermann è l’uomo”. Il viaggio in questa storia dell’Uomo, raccontata come fosse una colonna sonora di un film mai girato, parte con il “Pianeta Perfetto”. Un incipit sussurrato che anticipa uno dei punti di forza del concerto ossia la capacità di fondere in modo incisivo la vocalità calda da narratore di Benvegnù con l’eleganza degli arrangiamenti, mai barocchi e tronfi, ma profondi e leggeri anche quando Filippo Brilli al Sax e Simone Chiappelli al trombone, nei pezzi successivi, sono chiamati a sostituire le parti degli archi registrati sul disco. “Moses” è la seconda marcia che permette di far prendere velocità a questa macchina del tempo: l’intreccio di chitarre di Benvegnù e Gagliano offrono un suono pieno e tondo dove si appoggiano testi puntuali e pungenti mentre la batteria di Franchi e gli inserti elettronici di Pazzaglia donano al pezzo un tiro incalzante. Alle spalle dei 7 musicisti vengono proiettati immagini da sussidiario anteguerra con cannoni, stelle, tavole anatomiche e animazioni tipiche dei concerti di gruppi post rock, elementi visivi che confermano ulteriormente l’omogeneità evocativa di questo racconto. “Love is talking” attesta la ricchezza di spunti e trovate compositive, mentre “Avanzate, Ascoltate” si candida ad essere la Karma Police del talentuoso cantautore milanese. Sonorità à la Radiohead che si ripresentano anche nella coda acida di “Date Fuoco”. Ogni capitolo di questo romanzo musicale propone episodi originali come l’assolo del bassista Luca Baldini, nel funk di “Sartre Monstre”, l’incedere melanconico e perfino romantico della ballata “Johnnie and Jane”, nella quale si percepisce l’influenza degli ultimi Afterhours. Un concerto in grado di proporre un nuovo Benvegnù, capace di uscire dal guscio dell’ipersensibilismo dei precedenti album e raccontare il mondo che lo circonda senza partire necessariamente dal proprio mondo interiore. “Achab in New York” è l’esempio di quadratura perfetta tra le parole e i suoni, tra questa esigenza di raccontare se stesso spostando la lente verso l’esterno. Il concerto chiude la sua prima parte con la canzone finale del disco affidata al batterista tastierista Franchi, una ballata diabetica e scheletrica (chitarra e voce, con i fiati che salvano il salvabile) che funziona da ponte tra le due anime dello spettacolo.

La seconda parte del concerto offre un excursus nella “precedente vita” di Benvegnù, “Cerchi nell’acqua” fa registrare il coro più voluminoso della serata. “Rosemary Plexiglass”, vecchio brano degli Scisma, vede il chitarrista Gagliano alle prese con un violino elettronico capace di ricamare fioriture su uno sciame chitarristico di rara intensità. Da un lato, “Io e il mio amore” rivela lo straordinario potenziale pop di questo cantautore, dall’altro ne “Il nemico” e nel “La schiena” emerge il lato più intenso e intimo della sua scrittura.

L’autoironia, dote sempre più rara nel mondo del cantautorato italiano, è una delle peculiarità del gruppo nelle esibizioni dal vivo, sempre presente senza mai assumere i toni di una fastidiosa captatio benevolentiae ma funziona come da cartina torna sole di una maturità artistica piena, punto di arrivo di una carriera che ha proceduto con un’invidiabile coerenza artistica e la volontà di mettersi continuamente in gioco. Non a caso la chiusura del concerto, viene affidata a “Troppo poco intelligente”, brano degli Scisma, che viene storpiato ad hoc per trasformarsi di colpo in “Bohemian Like You”. Il mondo di Paolo Benvegnù suona come il momento di un viaggio, una tappa di vita, come sempre cioè dovrebbe suonare la musica capace di emozionare ed intrattenere con ironia ed passione.