Peter Hammill@Auditorium Parco della Musica, Roma 09/12/2009














Peter Hammill@Auditorium Parco della Musica, Roma 09/12/2009

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Peter Hammill@Auditorium Parco della Musica, Roma 09/12/2009

di Valentina Gianfermo

Ogni volta che vado ad un concerto di questo tipo mi rendo perfettamente conto che molti in sala si chiedono ‘Ma questa ragazzina che ci fa qui?’, arrivano sguardi stupefatti da persone che potrebbero essere i miei genitori, ma non ci sono mamma e papà a vedere zio Peter, ci sono io.
L’effetto iniziale dell’entrata in sala era stato molto diverso quando andai fino in toscana per vederlo nella reunion con i Van Der Graaf Generator, sua band storica e cult della scena progressive rock. Questa volta non ci sono amplificatori, chitarre, bassi o batterie, questa volta c’è solo un pianoforte e una chitarra acustica amplificata.

Hammill entra in scena come sempre vestito rigorosamente di bianco, è ancora più magro dell’ultima volta, cosa che pensavo fosse impossibile, i VDGG erano venuti in Italia solo un paio di anni dopo il suo infarto. La sua stanchezza è tangibile, a 61 anni forse anche per lui il tempo dei concerti inizia a divenire impegnativo, impressione che viene smentita subito quando Hammill si siede al pianoforte e inizia a condurci nel viaggio nel suo universo sonoro.
Inizia proprio con un pezzo dei VDGG rivisitato per voce e pianoforte, “The Siren Song”, quasi un invito a lasciarsi andare alla suggestione della sua musica senza riserve. Anche per i meno avvezzi alle sonorità della sua composizione, Hammill dichiara da subito quale sarà il tema del suo concerto, non una presentazione del suo nuovo album ‘Thin Air’, ma, in stile Hammilliano, un’esplorazione della sua anima espressa attraverso la musica, nei suoi live si sa da dove si parte ma mai dove si arriva.
Questa sera Hammill è decisamente irato e frustrato nei confronti della vita, dell’essere umano e della sua condizione, deluso dall’amore e chiuso nei confronti di un futuro che sembra così difficile da vivere e da continuare a vivere.

Nella Sala Sinopoli dell’Auditorium risuonano brani come ‘Don’t Tell Me’ e ‘Autumn’, splendide e crudeli, a seguire la delicata “Shell” che pone la domanda principale ‘what on earth are we doing?’. Hammill prosegue al piano infierendo sui i tasti, sul microfono, sul mondo costituito della natura e dell’uomo, concludendo questa prima parte con la nuova ‘Undone’, tratta dal suo ultimo lavoro, che conferma nelle sue sonorità la sua produzione degli ultimi anni.
Si alza, beve ancora un po’ di acqua e prende in mano la chitarra, ovviamente si da il tempo per accordarla, lasciando spazio al pubblico per prepararsi al cambio di strumento e di atmosfera.
Hammill riparte e ci fa subito capire che lo strumento è cambiato, che il nostro orecchio ci si deve abituare ma che il tema rimane lo stesso, e parte la splendida “The Comet, The Course, The Tail”, a cui segue con grandissimo piacere “Shingle Song”, ossessiva e profondamente sofferta, dove l’amore ai tempi del mondo moderno non è altro che una domanda ripetuta a sé stessi ed una affermazione ripetuta al pubblico ‘I can’t get you out of my mind’, su cui il cuore di Hammill continua a spezzarsi e a tormentarsi e noi con lui.

Hammill non si ferma e torna a parlare del mondo con la profetica “Modern” e noi siamo lì e lo comprendiamo bene, gente di tutte le età, Hammill non parla solo ai suoi coetanei ma, forse, riesce a penetrare anche di più i giovani, che sono storditi dalla sua musica, dalla sua voce, dal suo falsetto, da tutta quella energia che loro hanno e che non sanno più dove incanalare.
Per non dimenticare Hammill suona la splendida “Ophelia” che strappa il primo urlo dal pubblico, fin’ora erano rimasti tutti silenti, solo applausi, ma questa canzone è rimasta incisa in generazione dopo generazione con la sua straziante verità: il dolore che si prova quando un grande amore finisce è sempre uguale al di là del tempo e dello spazio. La parte voce e chitarra viene chiusa da “Patient” , dove ci viene strappato un sorriso sardonico una volta capito che “there isn't any doctor, there isn't any cure”.
A questo punto è evidente a tutti che l’energia di Hammill si sta esaurendo, il concerto volge verso la fine e il pianoforte avrà l’onore del gran finale. Il pubblico è completamente assorto, riflette e non si scompone, dai commenti degli appassionati alle facce stupite di chi, trasportato dagli amici, non conosceva questo mostro sacro.
“The Lie (Bernini's St Theresa)” fa sprofondare nuovamente la sala nel silenzio, i tasti più bassi del piano ci introducono a variazioni dissonanti e intimiste, se il pubblico non avesse ancora capito Hammill lo sottolinea ancora: la vita è finzione e come possiamo pretendere di sapere?
Riprende ad accanirsi con lo strumento, ci fa capire che la tragedia che viviamo è quella di tutti e ci parla della fine di sua madre nella toccante e triste “Meanwhile My Mother“.

A questo punto, in rappresentanza del pubblico giovane della sala, devo dire che l’afflizione ha completamente carpito i nostri cuori, noi siamo coscienti più di chiunque altro di questo periodo che stiamo vivendo e Hammill, che viene da un altro momento storico, riesce con sorprendente capacità a farci sentire tutto quello che quotidianamente proviamo, e lo amplifica con le note e con la voce, con i gesti, con il suo candore all’interno dello sfondo nero.
Forse anche Hammill si è accorto che il pubblico ormai è consumato ed è allora che dice in un perfetto italiano ‘adesso una canzone positivo’ e poco prima di iniziare a suonare si ravvede con un ‘mezzo positivo’, strappando un sorriso a tutti che, ovviamente, siamo consci che il ‘del tutto positivo’ nella poetica di Hammill non ha spazio.
Attacca quindi “A Better Time”, non c’è miglior tempo del presente e quello di Hammill è un augurio non tanto al carpe diem quanto a vivere intensamente ogni attimo perché non esiste un tempo migliore.
Hammill decide di chiudere il concerto con la superba “Stranger Still” dando il colpo di grazia al suo pubblico; nonostante tutto, nonostante tutti, Hammill si sente uno ‘straniero in terra straniera’ e noi con lui.

A questo punto saluta velocemente il pubblico e va via, la sala ovviamente richiede il bis e lui non è il tipo da tirarsi indietro, ma specifica che farà solo una canzone e poi tutti a dormire, che è tardi e lui è stanco ci ha donato tutta la sua energia fisica e mentale.
Chiude il concerto con un brano splendido dei VDGG, “Still Life”, che porta a compimento la tematica fin’ora esplorata musicalmente e ideologicamente con la frase ‘Hers forever in still life’.
Il concerto di Hammill è stato un insieme di angosce esplose, profondi dolori esplorati ed esorcizzati, illuminazioni ed allucinazioni sulla vita contemporanea e sul nostro essere su questa terra in questo momento. Le musiche ancora risuonano nella testa alla fine della performance e un senso baudelairiano di spleen et idéal si impossessa di noi fino al ritorno a casa.

Momenti impossibili e suggestioni intime che solo Peter Hammill e la sua arte sono in grado di donarci.