Portishead, 2012/06/27, Ippodromo delle Capannelle, Roma

46 euro per un concerto mettono in moto considerazioni che un amante della musica non "dovrebbe" fare.
Ci si domanda perché un concerto rock costi cosi tanto e debba essere infilato in una location scomoda e mal collegata. Poi ci si convince che sono soldi ben spesi e, considerando quanti se ne buttano in alcol di 4° scelta o in concerti indie inutili, forse è vero.
Ma il tarlo rimane, sistemato comodo dentro il cervello nel suo inclemente lavorio di rosicchiamento.
Quando arrivi al concerto ti chiedi anche come mai le poste italiane sono finite a far da sponsor ai concerti e quanto sia visivamente sgradevole vedere quel nome al di sopra della scritta Rock in Roma.Chiuse queste considerazioni da vecchio trombone, sono le 21.50 quando dalle scale arrivo a metà del parterre mentre la voce in spagnolo da inizio a Silence che apre il live.
Loro sono in cinque, in forma smagliante e pronti a sferzare elettronicamente i presenti.
Era da tempo che volevamo vedere dal vivo il canto della sirena Gibbons, forse da quel famoso dvd Portishead Live in Roseland.
Sempre ammesso che la musica si possa raccontare e che un determinato numero di parole vi possano bastare, l'unica cosa che possiamo dire a voi lettori è che lo show è stato maledettamente perfetto.
Nessuna sbavatura, nessun passo falso. Anche la parte visiva, o scenografica se preferite, è stata come una seconda pelle, un ulteriore supporto e non una scappatoia per stordire il pubblico.
I Portishead non hanno bisogno di mezzucci, né di trucchi scenici. Beth è il perno di una band ancora viva e potente. 50 kg sparsi nel corpo di una donna con il caschetto sul corpo esile, disperatamente avvinghiata a quel microfono che lascia in rari momenti, come fosse un respiratore artificiale supplementare che la singer sfrutta per mantenere quei ritmi vocali. La sua voce è morbida come seta, è eccitante come velluto fatto scivolare sulla pelle di una donna lasciva. La sua espressione è sofferente, il corpo teso e appoggiato all'asta che le serve per reggere quella struggente emozionalità espressa attraverso almeno tre registri diversi.
La parte rock viene sorpassata e vinta da quella elettronica con Machine Gun e l'acidissima We Carry On che, quando spinge, sembra una gigante tempesta solare. La loro performance caratterizzata dall'ottimo uso di visual effects agisce come un enorme magnete sull'anima.
È impossibile contare il numero di brividi durante il concerto. Quando parte Silence il pubblico ruggisce, ma è sulle note di Mysterons che esplode il primo vero boato. Poi, come una cascata, arriva Sour Times con un salto temporale di cinque minuti.
Wandering Star, privata dei beat e affidata solo al basso e voce, è uno dei momenti topici della sera. Seguono It Could Be Sweet e una toccante The Rip. Non manca Glory Box, seguita da Cowboys e Threads che sul finale sembra l'incipit di Sorrow dei Pink Floyd.
Il controllo vocale di Beth è roba da università della musica e andrebbe inserita per direttissima negli annali del canto. È sulle note di Roads, qui in una versione slowcore definitiva, che la band si avvia verso un perfetto finale.Mentre ci avviamo lenti verso l'uscita si sprecano i commenti entusiasti e le iperboli per questa serata davvero toccante.

Setlist:

Silence
Hunter
Nylon Smile
Mysterons
The Rip
Sour Times
Magic Doors
Wandering Star
Machine Gun
Over
Glory Box
Chase The Tear
Cowboys
ThreadsEncore: Roads
We Carry On