Priest Fest@Palasharp, Milano – 10/03/2009

Priest Fest@Palasharp, Milano – 10/03/2009

di Marcello Zinno

Una data spesso rappresenta solo un giorno, quella del 10 marzo 2009 ha rappresentato un evento. Un evento di nome “Priest Festival”, attinto appunto da quello degli inossidabili (mai aggettivo fu più azzeccato) Judas Priest che stavolta hanno preferito delegare il ruolo di opener non ad una band emergente o di nicchia (come spesso accade, giusto per offrire un antipastino ammiccante), bensì a Megadeth e Testament, due capisaldi del thrash metal americano di anni ottanta. Ebbene, saltando a piè pari le presentazioni (stavolta non ce n'è davvero bisogno) andiamo al cuore dell’evento.

"Testament"

Testament

Giunti sul posto alle 19:00 scoccate e con uno stormo di black guy fuori l’immensa struttura, siamo entrati nel vivo dello show convinti l’enorme massa all’esterno fosse segno che il concerto non aveva ancora ricevuto il “via”. La realtà è stata ben diversa: ci siamo trovati dinanzi ad una platea già foltissima, carica di adrenalina ed i Testament dell’energumeno di nome Chuck Billy già rodati nello spazzar via le prime impressioni negative sul suono. Da un lato infatti le sonorità erano lievemente confuse (ma per fortuna miglioreranno lungo la serata) dall’altro gli americani ce l’hanno messa tutta per non risultare di meno rispetto ai successivi ingombranti moniker. E l’obiettivo è stato raggiunto a pieni voti! “More Than Meets the Eye” ha fatto esplodere il pubblico e le file in prossimità della transenna non riuscivano a contenere la foga, scatenata in pogo. Chissà come sarebbero stati accolti gli altri, abbiamo pensato.

"Megadeth"

Megadeth

Ingabbiati in un girone dell’inferno, siamo approdati al secondo atto dello show alla cui vista si sono mostrati in tutto il loro nero luccichio 16 amplificatori ed altrettante testate (chissà se tutte su ON) come armi di dotazione del combo di Los Angeles, pronte ad essere usate contro la massa. Dave Mustaine ha fatto il suo ingresso e con lui tutta la nuova ennesima edizione della band, con il nuovo giunto Chris Broderick che si è dimostrato abile e preciso. Qui l’intento era chiaro: ripercorrere i tratti salienti del passato attraverso dei pezzi che hanno fatto storia lungo le diverse fasi della vita megadethiana. La scaletta ha ovviamente privilegiato i più famosi successi: da Countdown To Extinction sono state estratte la stupenda “Symphony Of Destruction”, “Skin O' My Teeth” e “Sweating Bullets” (quest’ultima non sempre presente nei live), mentre da Rust In Piece si è optato per la feroce “Hangar 18”, che dal vivo incute sempre timore (peccato solo che non ci fosse Marty Friedman), “Take No Prisoners” e l’immortale “Holy Wars…The Punishment Due” che purtroppo stavolta non è stata intervallata da “The Mechanix” (brano in comproprietà con i Four Horsement, come accaduto nella precedente discesa in terra italica di Dave & Co.).
Oltre le sopraccitate il pubblico, completamente sotto la “daveoverdose”, ha premiato “Wake Up Dead” e “Peace Sells”, onnipresenti nei loro show live; altre scelte sono risultate discutibili: la recente “Sleepwalker”, pur essendo graffiante e moderna poteva essere agevolmente sostituita da una più storica “Tornado Of Souls” e anche “In My Darkest Hour” non ha rappresentato la miglior selezione del potente So Far, So Good… So What! (sicuramente meglio “Set the World Afire”). Stesso dicasi per “A Tout Le Monde”.
Insomma ottima prestazione ma per un periodo in cui non c’è una nuova uscita discografica incombente da parte della band ci si aspettava una scaletta più brillante.

"Judas

Judas Priest

Quanto terranno fede i paladini inglesi nel cavalcare un palco, gestire un’orda impazzita di fan e contemporaneamente far piovere luccichii e borchie a suon di metallo pesante? Un dubbio che ha scandito ogni singolo secondo nell’attesa che i 5 splendessero davanti ad i presenti in tutta la loro potenza e l’attesa, combinata alla curiosità della preparazione di un evento del genere, faceva esplodere all’impazzata l’adrenalina, come solo un motore da 1000cc potrebbe veder balzare simultaneamente lancetta e ruota anteriore.
Attesa totalmente ripagata: una corsa indietro nel tempo, della durata di un’ora e mezza ma che aveva la profondità di quarant’anni (proprio lungo questo ‘09) di musica. A dispetto dei predecessori, qui non si è cercato alcun appiglio parsimonioso in termini di best track: la carica della band c’era tutta, a tratti sembrava rivivere uno dei loro show di decennali orsono, con il palco costruito sull’impronta del classicissimo “occhio elettrico” dal quale a metà show Rob “The Metal God” è uscito in tutto il suo splendore cavalcando dritta su per il palco la sua custom cromata. Uno Scott Travis funambolico ma soprattutto l’energica coppia di chitarristi (K. K. Downing e Glenn Tipton) è stata in grado di ripercorrere sia brani recenti come “Angel” e qualche estratto dall’ultimo Nostradamus, ma anche melodie legate al passato come l’immortale “Breaking the Law”, “Eat Me Alive” (rara da scovare nelle scalette live) e “Rock Hard Ride Free”, entrambe queste ultime tratte dal durissimo Defenders of the Faith

"Megadeth"

Non sono mancati ovviamente passaggi per Painkiller (già solo la titletrack valeva metà del biglietto, accompagnata poi da “Hell Patrol”) e la mai irrinunciabile “Electric Eye” epica al punto giusto, prima della coetanea e pluricantata dai presenti “You've Got Another Thing Comin'”.
Uno show che ha dimostrato ancora una volta che l’heavy metal rappresenta l’arma di distruzione più potente oggi in circolazione, capace di spazzar via anche la macchina più precisa mai costruita dall’essere umano, ovvero quella del tempo.
Ottimi i Judas, davvero memorabili. Per ora è solo un arrivederci.

"Judas