Quintorigo play Mingus@Casa del Jazz, Roma – 19/04/2009

Quintorigo play Mingus@Casa del Jazz, Roma – 19/04/2009

di Kristian Alexander Gervasi Vidal

Un’umida serata primaverile ha reso le strade di Roma poco frequentate. Le sontuose Mura Aureliane si stagliano di fronte all’anonimo cancello di ferro battuto di un giovane ed elegante piccolo tempio del Jazz. Quando ne varchiamo la soglia perdiamo il contatto con l’asfalto, con il moderno.
Il silenzio ci conduce per il breve sentiero che affianca il vasto prato inglese, semplice e curato. L’edificio ha una bella presenza: non molto grande, pulito e dall’aspetto accogliente. Tutto tace, cosa piuttosto insolita per un luogo che dovrebbe trasudare Musica.

La sala è gremita ma ordinata, piccola ma confortevole. Il Quintetto è sul palchetto, illuminato da qualche luce di scena e da qualche abat-jour colorato. La foto di Charles Mingus proiettata sullo sfondo abbraccia questa piccola realtà che celebra il trentesimo anniversario della sua morte.

Il contrabbasso ci ipnotizza, gli archi si lamentano ed il sax tenore ci getta nel sinistro tema della serata. Luisa Cottifogli è di spalle e resta in attesa. Il loro Pithecanthropus Erectus è il sipario di ciò che si appresta ad essere un magnifico omaggio. “Peggio di un bastardo” è il tipo che stiamo commemorando: un estratto dall’autobiografia viene letto da Luisa al termine del primo brano. Il secondo brano è l’impaziente Moanin’, gli artisti si sono scaldati, sono in sintonia ma è tutto ancora solenne. Seguono Portrait, Fables of Faubus, altre letture dal libro di Sue Mingus e dalle traduzioni di Franco Minganti di alcune interviste fatte a Mingus. In Jelly Roll la cantante ci sorprende con un’eccellente imitazione della tromba, strumento assente nel quintetto. La scaletta è quella dell’album, fatta eccezione per il bis, che il pubblico ha esatto con un lungo applauso.

Ci raccontano Mingus visto dalle sue composizioni, ci raccontano Mingus per mezzo delle sue stesse parole e di quelle di chi l’ha anche odiato. Una persona difficile, una musica – forse – altrettanto difficile. Se non fosse stato per Charlie “Bird” Parker avremmo avuto in dono molto meno da quell’uomo corpulento, sempre accompagnato da un sigaro o dalla sua pipa; se non fosse per le persone come i Quintorigo, le persone come Charles Mingus resterebbero ombre del passato incise nella plastica ed intrappolate nel gomitolo dei circuiti dei nostri Hi-Fi.