Sophia@Circolo degli Artisti, Roma 06/10/2009














Sophia@Circolo degli Artisti, Roma 06/10/2009

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Sophia@Circolo degli Artisti, Roma 06/10/2009

di Ida Stamile

E' una serata mesta. Umori cagionevoli fluttuano in aperitivi lunghissimi. Una “bionda” vibra al ritmo di frasi scanzonate. Un negroni condensa parole amichevoli di disillusione. Ogni pensiero prepara all'introspettivo ascolto.

Alle 22, dopo l'apertura del cantautore romano Modì, tutto si trasfigura nella persona di Robin Proper-Sheppard e della sua “Sad Creation”: i Sophia. Ne è passato di tempo da quando nel 1990 tre ragazzi di San Diego formarono i God Machine, da quando nel 1994 la band perse il bassista Jimmy Fernandez a causa di un tumore al cervello. Dopo l'accaduto nulla fu come prima. Robin si allontanò dalle scene per poi ricominciare sublimando il suond impetuoso dei God Machine nella pura malinconia dei Sophia.

In questa occasione ad accompagnarlo sul palco c'è un valido team di nove elementi: quartetto d’archi, tastierista, chitarra elettrica, basso e batteria. Immerso nella perfezione armonica Robin imbraccia la sua acustica dipingendo affreschi di serenità saturata dalla tristezza. La sua voce effigia brani estratti dagli album People Are Like Seasons, Technology Won’t Save Us, The Infinite Circle e l'ultimo There Are No Goodbyes.

A intavolare questa esibizione dalla risonanza dolorosa è la cupa quiete degli oceani sonori di The Sea seguita dalle vibrazioni arpeggiate di The Slow. Poi è la volta della carica emotiva di Oh My Love, della intangibilità ritmica di Swept Back e dei sanguinanti violini di Desert Song No 2. Pace si posa su un ritmo lievemente febbrile e Directionless sprigiona tutta la forza della perdita. Ancora malinconica dolcezza, con Signs e I Left You, e poi la conclusione che irrompe sul palco con la lotta tra chitarre e batteria della rabbiosa The River Song. Durante il bis: Something, l'incalzante Obvious, e Dreaming. L'epilogo definitivo è affidato all'infiammata sonora di If A Change Is Gonna Come.

Un concerto che sarebbe stato meglio assaporare da seduti assorbendo appieno l'amara forza di testi e musica. Ugualmente un live profondo gravato dal peso di tanti ricordi.