Spain, 2012/05/21@ Init, Roma

Correva l'anno 1995 quando su Rumore uscì la recensione di The Blue Moods Of Spain degli Spain, band capitanata da Josh Haden, figlio del jazzista Charlie Haden.
Il recensore dell'epoca ne parlò in termini eccelsi da regalargli un nove secco.
Trovare quel disco diventò, per me, una missione (per conto di dio).
Le cose si fecero ancora più complicate per il fallimento dell'etichetta che al momento li distribuiva.
Senza lasciarmi prendere dal panico telefonai all'ormai defunto, e mai troppo compianto, Disfunzioni Musicali che me lo fece avere direttamente da New York. Costo 42.000 lire, una follia.
A fronte di soli tre album i californiani sono diventati, grazie alla straordinaria bellezza di quell'esordio, una banda di culto. Dopo lo scioglimento del 2001 Josh decide di riformare la band con l'ingresso di nuovi musicisti che ridona splendore e (ci) regalano un nuovo album intitolato The Soul Of Spain, anch'esso a suo modo un piccolo gioiello dal songwriting corposo e di classe.
Oggi a distanza di 16 anni da quel disco eccoli impegnati in una piccola discesa nelle lande italiane per due date di cui una nella capitale, costretta nella morsa del maltempo che impedisce il naturale svolgimento della movida notturna.
Se consideriamo che è anche lunedì non c'è da meravigliarsi se ci ritroveremo di fronte a pochissime persone.
E cosi è infatti, alle 22.30 saremo una quindicina di anime (diventate 40 con il passare dei minuti).Il gruppo di Josh Haden, che nel frattempo è diventato un quarantenne maturo ma sempre timidissimo e di poche parole, arriva direttamente alle nostre spalle insieme al resto della band e guadagna direttamente il palco.
Intanto sul bancone del bar gli Spain lasciano un foglio formato A4 dove ci spiegano che non si limiteranno a suonare tutto il loro primo disco ma divideranno il set in due, partendo dal passato per arrivare fino ai giorni nostri attraverso una porta temporale di note suggestive e fortemente emozionali.
Nonostante la grandezza del locale una certa atmosfera confidenziale s'impossessa dei presenti sprofondandoli in una specie di trance ipnotica che non lascia sfuggire niente. Tutti i sensi sono allertati, la loro musica pervade ogni strato della coscienza fino allo shadow (direbbero i Tool). Gli occhi puntati sul bassista che in un attimo da il via a It's So True, avvolta nella sua austerità.
Il profilo basso di Haden e soci incanta, sono ben tre le chitarre in avanti, le due laterali avvolgono quella acustica.
Equilibrati e molto melodici i nostri eseguono in ordine fedele alla tracklist del disco tutti i brani. Non mancano quindi Untitled# 1 da brivido, Ray Of Light impreziosita da Daniel Brummel, chitarrista dotato di ottimo gusto per la costruzione degli assoli ricchi d'armonia. Ma è Word Of Blue a stordirti definitivamente. Molto più complessa e distorta che su disco e totalmente psicotropa nella sua nuova veste, questa take stupisce e cattura l'attenzione come un gioco di prestigio ben riuscito.
Persi (noi) a metà strada fra la psichedelia, il jazz e il folk i nostri proseguono diritti verso la metà finale con un'intensa e molto ispirata Spiritual, un traditional reso scintillante dal canto come una preghiera e dalle tastiere maestose di Randy Kirk. Non ci sono parole sufficienti per descriverne l'effetto cosi toccante da giustificare quell'emozione che gli occhi non riescono a contenere.
Non hanno fretta gli Spain, le loro composizioni sono sempre molto lente e dilatate nei tempi, le chitarre emergono con classe quando necessario ma è il suono d'insieme a essere premiato dall'acustica dell'Init da sempre superiore a più della metà dei locali romani.Dopo la piccola pausa per un vodka-lemon le cose cambiano e ci ritroviamo proiettatti nel loro presente musicale attraverso le take di The Soul Of Spain, ultimo album che sembra chiudere il cerchio ricollegandosi per sonorità e struttura melodiche al primo lavoro.
Ma non vengono trascurati brani di She Haunts My Dreams e I Believe.
Il cambio di registro dal jazz a melodie più prettamente pop, è introdotto da Only One che acquista un plusvalore in queste versione live. In I'm Still Free sembra addirittura che Haden abbandoni quella sua impenetrabile compostezza per raggiungere uno stato più umano, anche la timbrica della sua voce cambia lacerando il cuore di chi ascolta. Il leader si lascia andare per una performance al cardiopalmo concludendo con Nobody Has To Know e Our Love Is Gonna Live Forever.
Sull'ultima come dargli torto?
È l'augurio che ognuno di noi si fa durante ogni storia d'amore importante.
Se siete rimasti a casa per quattro gocce d'acqua l'unica cosa che possiamo fare è dedicarvi il testo e la musica di Make Your Body Move che dal vivo acquista un vigore del tutto nuovo e inaspettato.
A fine concerto il solito tavolino viene preso di mira e Josh è già li, pronto a vendere i vinili e firmare autografi, è di pochissime parole quasi tutte di ringraziamento. La sua timidezza lo spinge ad arretrare sempre di più finchè i pochi fan lo circondano per autografi complimenti e fotografie.
Noi lo lasciamo li, a gustarsi il suo meritato momento di gloria continuando a ringraziarlo anche dopo l'uscita dal locale.
Fuori non piove più, l'aria è frizzante e anche se la mente viaggia verso una direzione opposta alla nostra dimora fisica, tutto va per il verso giusto.

Part 1
It's So True
Ten Nights
Dreaming Of Love
Untitled
Her-Used-To-Been
Ray Of Light
World Of Blue
I Lied
Spiritual

Part II
Every Time I Try
Only One
Without A Sound
I'm Still Free
Walked On The Water
Before It All Went Wrong
She Haunts My Dreams
Oh That Feeling
Nobody Has To Know
Make Your Body Move
Sevenfold
Our Love Is Gonna Live For Ever