Alice in Chains – Alice in Chains

Alice in Chains – Alice in Chains

Per poter avvicinarsi ad un album come “Alice In Chains” bisogna prima osservare con attenzione scrupolosa la copertina del disco e solo in un secondo momento si può passare all’ascolto di quello che sarà l’ultimo Long Playing della band di Seattle. Quel cane con una zampa amputata dallo sguardo triste ed angosciante, immerso nelle sfumature grigie è rimasto per molto tempo impresso nella mia mente, e penso sia rimasto impresso anche in quelle di chiunque abbia vissuto tutte le vicissitudini del gruppo nei mesi precedenti a questa uscita discografica.

Tutti i problemi legati alla tossicodipendenza del singer Layne Staley, avevano causato un susseguirsi di notizie, confermate e non, di gravi problemi di salute, che hanno impedito alla band di poter scrivere e registrare per molto tempo i nuovi brani, sollevando in alcuni casi il dubbio di un reale ritorno in studio della band di Seattle.
Premettiamo subito che questo è un disco malsano, tossico e angosciante, molto diverso dagli altri lavori, ma sicuramente il più toccante e che ti lascia qualcosa su cui riflettere.

L’apertura è straziante, e di quelle che ti fanno già capire quale sia il trend di tutte le restanti tracce, infatti in “Grind”, le chitarre di Jerry Cantrell sono pesanti come non mai, lasciando aperture melodiche solo per il ritornello, per poi passare ad un assolo quasi psichedelico. Le parti vocali di Staley sono laceranti, spesso filtrate, ed accompagnate da delle liriche che si addicono alla perfezione al resto della composizione: “In the darkest hole, you'd be well advised not to plan my funeral before the body dies” in cui Staley chiede di non professare il suo funerale finchè il suo corpo non morirà del tutto. Notevole è il lavoro di Cantrell alla voce (in questo brano la strofa è cantata quasi esclusivamente da lui), che completano e si integrano alla perfezione con quelle disgraziate e metalliche di Staley.

“Brush Away” è una canzone paranoica, alterata, in cui ancora una volta le disgrazie di Layne Staley vengono prima assorbite e poi espulse dalla sua voce acida.
La terza traccia, “Sludge Factory” è divenuta un marchio di fabbrica del gruppo, dove ancora una volta vengono create ambientazioni macabre; a farla da padrona sono ancora le liriche catastrofiche unite ad un riff che si ripete come un martello per tutta la sua durata.

“Heaven Beside You”, se vogliamo, è il brano meno opprimente, quello che da finalmente la sensazione di scrollarsi di dosso tutta la disperazione accumulata precedentemente, ma non sarà così a lungo …ed infatti nella successiva “Head Creeps” torna la disperata e questa volta lucida voglia di mettere in rilievo i propri problemi; riffs pesantissimi accompagnati da parti vocali modificate e ritoccate, quasi a coprire le mancanze dovute allo stato di salute di Staley ,ottenendo un risultato unico: “Time to call the doggies off, tired of the shadowin' , slide me to the side again ,slapped in the face again”.

Proseguendo nell’ascolto ci imbattiamo, ed è proprio questo il termine che voglio utilizzare, in un vero e proprio grido di dolore e rassegnazione, “Again” dove chitarra, batteria e cori si incrociano in un brano tirato quanto cattivo, al limite con il metal.
Si arriva a “Shame In You” e finalmente la tensione cala e visibilmente, infatti il sound si ammorbidisce, regalandoci una semi-ballata dai contorni crudi che ci ricorda brani del passato come “Down In A Hole”.
Nella blasfema “God Am” (la pronuncia si avvicina molto(!) all’imprecazione) ancora una volta la voce di Layne diventa quasi una cantilena che ti perfora il cranio, e in “Nothin’ Song” torna la sensazione di instabilità, di alterazione della realtà.

Gli 8 minuti di “Frogs” sono invece solo da ascoltare, in quanto non esistono parole o similitudini che possano darci una benchè minima idea della straziante e cupa atmosfera che si viene a creare.
Intanto un vecchio vinile gira su una vecchia piastra, tra i fruscii parte un intro che sembra provenire da qualche vecchio campo militare: è “Over Now”. Una chitarra acustica fa da eco ad un riff elettrico secco, quasi melodioso ripetto a tutto cio che abbiamo già ascoltato. Questa è l’ultima traccia di un album che segnerà la fine degli Alice In Chains e forse la fine di un epoca, quella denominata da molti “Grunge”.

Assimilare del tutto questo disco non è semplice, a primo impatto ti respinge come volesse allontanarti dall’assoluto pessimismo che ogni singola nota sputa fuori, soprattutto per chi non ha avuto la possibilità di vivere in prima persona quel periodo, ma, se posso dare un consiglio non spassionato, fatelo vostro e buttateci dentro tutte le forze mentali che avete, essere posseduti da “Alice In Chains” ne vale proprio la pena.