Beatles – Revolver

Beatles – Revolver

Il 29 agosto del ’66, al Candestlick Park di San Francisco, i Beatles concedono la loro ultima esibizione pubblica. Contemporaneamente nei negozi di dischi di tutto il mondo arriva “Revolver”. L’album è figlio di un enorme incongruenza: alla vigilia del congedo definitivo dalle scene, i Beatles pubblicano quello che verrà poi considerato il loro primo vero capolavoro. Ma il gruppo che è appena uscito da mesi di reclusione in uno studio di registrazione non è più lo stesso, nonostante continui a scatenare l’isteria delle folle, soprattutto negli States. E non è un caso che il tour sia tutt’altro che di lancio discografico: tra i brani della scaletta, di “Revolver”, non ce n’è uno. Ma, d’altra parte, come si potrebbe pretendere che quel pubblico in delirio possa cogliere le nuove soluzioni stilistiche della coppia Lennon- McCartney, impreziosite stavolta dalla spinta mistico-orientale di Harrison, che pare finalmente essere uscito allo scoperto trovando il suo posto, tra le tenui melodie di Paul e le visioni lisergiche di Lennon. Entra in gioco anche il “quinto Betales”, ovvero il produttore George Martin che aiuterà gli altri quattro ad utilizzare al meglio tutte le apparecchiature a disposizione in fase di arrangiamento, cercando soluzioni sempre nuove, inaugurando la fase più bella del percorso musicale degli scarafaggi.

E stavolta è proprio Harrison ad aprire il disco con “Taxman”, una sottile critica al sistema fiscale inglese. Ma il brano più ardito di Harrison è “Love to you”, registrata insieme ad un suonatore di tabla, senza gli altri Beatles. La maggior parte dei brani di “Revolver” porta la firma congiunta di Lennon – McCartney, come stabilito da accordi di gioventù. Ma è sempre più evidente il divario stilistico tra i due, che nel pieno della maturità artistica esprimono al meglio le proprie potenzialità. Lennon sta preparandosi il terreno perchè di lì a poco scriverà “Strawberry fields” considerato uno dei brani migliori della storia dei Beatles. “I’m only sleeping” racchiude tutto quello che verrà, con il suo andamento a mo’ di litania, e le sue trovate armoniche che creano un senso di sospensione totale, dolcemente malinconica. L’effetto dei nastri di chitarra registrati al contrario ha la sua parte in fase di arrangiamento del brano. A Lennon appartengono anche “She said she said”, che egli stesso dichiarò di aver composto durante un acid trip in compagnia di Peter Fonda. Aiutato dalle droghe, il raggio della creatività di Lennon si espande, e inizia ad includere idee musicali nuove, sicuramente dettate dall’animo visionario dell’artista.

Il melodico McCartney è invece “padre” di una rarità: sua è “Eleonor Rigby”, una canzone il cui testo straziante è un invito a nozze per l’andamento incessante degli archi. Ma la vena romantica di Paul trova spazio anche in una tenera ballata che è “For no one”, forse uno dei brani più belli del disco. Anche la penna di McCartney, riesce a liberarsi di trovate seducenti, seppur distanti dalla tensione emotiva di John, più inclini a melodie lievi, come quella di “Here there and everywhere”. “Revolver” è sicuramente l’album della svolta, che spalanca le porte alla “banda dei cuori solitari del sergente Pepe”, e che consegnerà definitivamente i Beatles alle generazioni a venire, che a distanza di trent’anni ancora riusciranno a percepirne l’unicità.