Buckley, Jeff – Grace

Buckley, Jeff – Grace

Gocce di chitarra, e poi la voce che inizia a volare slegata direttamente dal sogno. La voce di Jeff Buckley è da subito protagonista dell’esordio dello sfortunato cantautore.
Forte dello stesso cognome di Tim e di un album registrato dal vivo in un club, nel 1994 Jeff incise il suo primo vero disco. Dei dieci brani di Grace, tre sono cover e sette sono scritti da lui, da solo o con i compagni di band. Tra le cover, quella di Hallelujah di Leonard Cohen è una spanna sopra. Alle prese con il brano forse più “coverato” della storia, Buckley se la cava grazie alla sua voce senza sesso né età che alza verso l’etereo il tono che il songwiter canadese lasciava fra sacro e profano.
Per quanto riguarda i brani originali, si tratta di qualcosa che pur pagando debito ad un esercito di maestri (il padre, Cohen, Van Morrison, certe voci soul) si distingue per il tono particolarmente sommesso, per i continui saliscendi dell’impianto sonoro così semplice eppure così espressivo, al servizio di una voce a volte così sottile da sembrare irreale.
La title-track ondeggia trascinata dalla chitarra acustica fra sogno e realtà; Last Goodbye è una canzone che non si vergogna di mostrarsi sentimentale e semplice; Lover, You Should’ve Come Over è un lamento lieve che alla fine straborda nel pianto di un amante troppo, troppo giovane.
Già, giovane: dopotutto Grace è solo un’opera prima, dove le influenze si affollano, filtrate comunque da uno stile che si annunciava personalissimo.
Così, dopo aver pagato il suo debito al grunge con Eternal Life, Jeff chiude il suo esordio con la canzone più eterea dell’album, non a caso intitolata Dream Brother. Sarebbe stato un arrivederci, ed è inutile chiedersi cosa avrebbe potuto fare della sua musica questo ragazzo con la chitarra: nel 1997 un tragico bagno nel Mississippi fu la fine di tutto.