Captain Beefheart – Trout Mask Replica

Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart, è un personaggio versatile e decisamente “out of all”..modelli, concetti e luoghi comuni. Trout Mask Replica sembra uscire dalle pagine di un Manifesto Surrealista. È automatismo pischico puro in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione. Pietra miliare del rock sperimentale, è un album, anacronistico addirittura per il 1969, che rompe gli argini di ogni estetica e morale. È una combinazione di rock, blues e free jazz, una composizione eterogenea dall'armonia che si disperde.

Si assiste a un volgare strupro delle convenzioni musicali attraverso il variare dei tempi, il deliberato ripetersi della batteria e il suono schizofrenico di sassofono e clarinetto. Il “Capitano” pare discendere da un quadro di De Chirico con il suo falsetto e i suoi urli stravaganti. È una “musa inquietante” che, nodimeno, sprigiona testi carichi di poesia e di metafore.

In 28 tracce l'orecchio dell'ascoltatore è disorentato e perso in un folle ginepraio musicale. Il primo ascolto non è affatto facile. Col secondo e col terzo si inizia a percepire la furia anarchica di fondo e così via, fino a fiutare l'essenza surreale del genio artistico.

In questo illogico amalgama spiccano brani come Dachau Blues, astruso suono di clarinetto con batteria e chitarra che seguono tempi diversi, e Hair Pie, profusione di fiati in salsa free-jazz. Ella Guru è un rock faceto dal cantato ai limiti del demenziale. E poi ancora Frownland, Sweet Sweet Bulbs, Pena, Bills Corpse e il blues più convenzionale di China Pig.

Il risultato è un capolavoro delirante e inconscio, un “gioco lugubre” alla Salvator Dalì.