Clapton, Eric – Unplugged

Clapton, Eric – Unplugged

Negli USA il Blues è sempre stato uno dei protagonisti dello scenario musicale, ma che potesse divenire un genere con un bacino d’utenza vasto come quello del Rock ‘n Roll dei Beatles o di Elvis nessuno l’avrebbe potuto affermare con certezza, finché non si imposero sulla scena musicale due cicloni: Eric Clapton ed i Blues Brothers. Non c’è un motivo particolare per cui vi citiamo questi ultimi, se non il fatto che rappresentano una delle poche pietre miliari comuni tra cinema e musica (un po’ come The Wall dei Pink Floyd o Thriller di Michael Jackson).
Il motivo per cui, invece, vi parliamo di Eric Clapton è che davvero non ci si riesce a capacitare di come un inglese di Ripley (Surrey, UK), cresciuto a “pane e B.B.King”, “a Robert Johnson e Buddy Guy” sia riuscito a rendere un fenomeno di massa (e non solo negli USA), ciò che, precedentemente, veniva un poco “denigrato” come “musica dei neri” o “del diavolo”. Neppure Ray Charles, James Brown o Marvin Gaye riuscirono a fare tanto, per lo meno non prima di Clapton. Possiamo, inoltre, certamente affermare che un contributo importante a questa imponente diffusione lo diede l’Unplugged di Slowhand (soprannome di EC). L’antonomasia dell’Unplugged (1992) è certamente di Eric (per chi volesse sindacare, i Nirvana hanno registrato il loro “Unplugged in N.Y.” nell’anno seguente, ‘93). Nonostante l’assenza, nell’album, della sua celebre Blackie, la Stratocaster compagna di una vita, Clapton è stato in grado di rendere la sua performance inconfondibile e leggendaria.
Il concerto si apre con l’allegra Signe, seguita da due emozionanti standard blues, completamente acustiche, Before You Accuse Me e Hey Hey. La commovente e biografica Tears in Heaven, è una delle più, tristemente, conosciute composizioni di EC. Le tracce seguenti sono le vere perle dell’album, vecchi brani riarrangiati per la massimizzazione del gusto blues: Lonely Stranger, Nobody Knows You When You’re Down and Out, Layla, Running On Faith, Alberta, San Francisco Bay Blues. Abbiamo qui a disposizione mille differenti facce del blues, non c’è l’ingombrante presenza del “bottle neck” (lo strumento, tipico del genere, necessario ad amplificare l’effetto di scorrimento delle dita sulle corde della chitarra), fanno però capolino le sorprese più inaspettate, come il kazoo (strumento a fiato, con membrana vibrante) ed i cembali, le coriste, un piano che ha un po’ di sapore tipico dei Saloon nel Far-West.
A chiudere la performance abbiamo la splendida Old Love e Rollin’ and Tumblin’. La prima rappresenta una calorosa e seducente composizione che richiama alla mente vecchie cicatrici non suturate. Ecco la dimostrazione che il blues è anche nostalgia delle emozioni belle e non solo un elogio alla malinconia. La seconda è un insolito e allegro “arrivederci e ricordatevi di quanto vi siete divertiti con noi”.
Abbiamo semplici linee melodiche farcite di gustose armonizzazioni, quasi sempre in compagnia del contrabbasso; un giusto numero di assoli, alla chitarra come al pianoforte, qualche duetto strumentale, senza essere necessariamente virtuosi. Questo album è un capostipite della sua categoria, avrete voglia di scimmiotare le mosse con la vostra chitarra in braccio. Ringraziamo John Mayall per aver convinto Eric Clapton, ai tempi dei Blues Breakers, a cantare, perché è davvero la voce adatta “while you’re having a fit of the blue devils”.