Clash, The – The Clash

Clash, The – The Clash

Londra bruciava, nel 1977, e tutti potevano vederlo. Quello di cui non tutti si accorsero all’inizio era della presenza di un fuoco diverso, accanto a quello totalmente autodistruttivo dei Sex Pistols. I Clash erano appena nati dalle intuizioni di Mick Jones, dalla folgorazione per la furia iconoclasta del punk, da una rinnovata ricerca dello spirito primordiale del rock’n’roll, dal bisogno opprimente di lottare per affermarsi.
Senza un batterista (mancava ancora il tocco sorprendentemente swing di Topper Headon) la band richiamò il già ex Terry Chimes; Paul Simonon, da poco alle prese col basso, migliorava di continuo.
Il risultato è un album che contiene tanto i frutti più grezzi, folgoranti e genuini della rivoluzione punk (i due minuti scarsi di Career Opportunities, o quelli di 48 Hours, o Cheat) quanto alcune intuizioni che in seguito trasformeranno il sound dei Clash in uno dei più variegati eppure riconoscibili di sempre.
La cover di Police & Thieves di Junior Murvin è ad esempio già un piccolo punto di svolta, la prima volta che la chitarra in levare del reggae incontra la voce rabbiosa e stonata del punk. In più il testo si adatta perfettamente alla solidarietà politica con gli sfruttati e i ribelli, soprattutto i neri londinesi, loro compagni di bassifondi, già riconosciuti come compagni di lotta in White Riot, il 45 giri che precedeva l’album.
Il brano simbolo, per il momento, è però chiaramente London’s Burning, dove una chitarra incendiaria sostiene l’incedere sguaiato del cantato di Joe Strummer che racconta le peregrinazioni notturne di un teppista squattrinato, in un viaggio all’inferno della noia e dell’alienazione.
In seguito ci sarà tempo per altra rabbia, per un sound molto più vario; che eppure non rinnegherà un solo atomo di irruenza punk.