Dream Theater – Awake

Dream Theater – Awake

Dopo aver dimostrato al mondo lo spessore tecnico che li contraddistingue con due album di tutto rispetto (When Dream And Day Unite che ha aperto un nuovo solco nella storia del prog metal ed Images And Words che ha totalmente rivoluzionato tale storia), i Dream Theater targati 1994 si affermano come un’entità nuova, libera di sperimentare e di evolvere la propria pelle.
Con queste forti credenziali proprio il ‘94 segna l’avvento di Awake, un album di gran lunga differente rispetto al passato, consapevole di una maturità architettonicamente inquadrata che riesce a svelare una luce splendente a cui solo i grandi musicisti possono aspirare.
Abbandonate ormai le sonorità ottantiane di Images & Words, la produzione fa un passo da giganti e seppur già due anni prima si gridava al miracolo per capacità tecniche, qui si riesce ad apprezzare maggiormente la scioltezza con cui le note sono composte nonché l’accuratezza delle tracce: Mike Portnoy in primis sembra essersi liberato dalle redini che lo “stringevano” agli altri componenti e si tramuta sempre più in un organismo che muove con leggiadria i propri numerosi arti su un pentagramma prog.
Visione più cupa, meno rivelatrice ma con un’arma imprescindibile considerata la maturità del combo ovvero la maggiore coesione dei musicisti con le proprie anime che si finalizza non solo nel creare paradigmi musicali inarrivabili ma anche nell’indirizzare gli occhi di tutti verso la stessa direzione; un quid che moltiplica esponenzialmente il valore dei 5 singoli musicisti e che dopo Scenes From A Memory sembra obiettivamente smarrito.
Con un LaBrie ormai padrone dello scettro di vocalist ed assolutamente a suo agio nel dimostrarlo al pubblico, 6:00, Caught In A Web e Innocence Faded scorrono con una magistrale appetibilità la quale lascia spazio ad una buona dose di self-indulgence allo scoccare delle note di Erotomania: una strumentale che fa da braccetto ad Ytse Jam (quest’ultima più furiosa e veloce ma di pari fattura) e che si lascia apprezzare per l’infinita attenzione per i dettagli, vero asso nella manica dei DT.
E per chi punta il dito contro i nostri accusandoli di comporre note eccessivamente fredde ecco arrivare un’atmosfera calda che si realizza con Voices e The Silent Man. La prima tocca praticamente tutti i punti cardine della natura dreamtheateriana: tempi dispari, parti emotivamente rallentate, tematiche pseudo-religiose, linee vocali che toccano l’intimità (in Metropolis Pt.2 riusciranno da sole a far commuovere) ed assoli da accademia (Petrucci impone un crescendo con una plettrata feroce che riesce ad addentrarsi nelle vene dell’ascoltatore e ad insediarsi senza dubbio tra i 10 assoli più belli della storia dell’heavy metal), mentre The Silent Man svela l’anima più sensibile della band tramite una ballad acustica come poche.
C’è altro da dire?! Praticamente siamo solo a metà opera e l’accoppiata The Mirror + Lie lo dimostra prontamente. Forti di una teatralità incantante oltre che di armonie e riff precisi e diretti, come due gemelli omozigoti vivono l’uno degli spunti e delle emozioni dell’altro e non è chiaro dove finiscano i pregi dell’uno e inizino quelli del secondo. La potenza intrisa nelle note alimenta il serbatoio di adrenalina che esplode all’arrivo dell’assolo da panico di Petrucci, mentre LaBrie segue un cammino molto più arido, quasi crudo rispetto alla pulizia vocale a cui ci ha finora abituati.
Per calmare cotanta passione serve una song intensa, pensata, orchestrale: Lifting Shadows Off A Dream rappresenta la Under A Glass Moon del precedente album: in secondo piano rispetto agli altri capolavori ma con un sapore emotivo senza rivali.
Come termina il sogno? Con una Scarred che di nuovo è capace di pizzicare tutte le cellule embrionali dei nostri e soprattutto una Space-Dye Vest che rappresenta l’ultimo spettacolare regalo di Kevin Moore ai fan dei Dream Theater.
Nel complesso un capolavoro ancora attuale.