Dylan, Bob – Highway 61 Revisited

Dylan, Bob – Highway 61 Revisited

Come le sentenze di alcuni processi creano una sorta di linea di confine, di paragone obbligato per le successive cause, alcuni dischi rappresentano delle vere e proprie svolte epocali; da quel momento in poi la musica non potrà essere più la stessa. Uno di questi è “Highway 61 Revisited”, di Bob Dylan. Era il 1965, il rock stava iniziando ad emettere i primi vagiti elettrici, si era in concomitanza con un cambiamento sociale: la parte moderna del nostro esistere. Questo disco fu considerato come la tomba del classico folk, suonato fino a quel momento da Dylan, ed in realtà gettò le basi sulle quali si costruì quell’immagine d’importanza planetaria che noi oggi conosciamo e tracciò a grandi linee la fisionomia classica di un gruppo pop. Un’opera di livello assoluto, concepita e suonata con un piglio di lungimiranza, senza badare alle eventuali critiche che sarebbero (e sono) puntualmente piovute da parte di un pubblico affezionato e “geloso” del proprio idolo. A tratti immediato (“It takes a lot to laugh…”), a volte contorto (Ballad of a thin man”) ma sempre teso ad una soglia di maestosa bellezza, attraversato da quella sottile vena elettrica, fuori dall’argine dei tre minuti; sinonimi d’innovazione e curiosità. Brani come “Like a rolling stone” o “Tombstone blues” rappresentano ancora oggi, dopo quattro lunghi decenni, il suo repertorio classico, che durante i concerti affascina e coinvolge. La voglia di spaziare e l’intraprendenza creativa dell’autore, sono le molecole basilari della formula segreta, che rende questo disco un insieme di forte coesione, caparbio a tal punto da non farsi scalfire da innumerevoli cambi generazionali; capace di seminare ed influenzare tutto quello che sarà fatto in seguito.