Iron Maiden – Iron Maiden

Iron Maiden! Alzi la mano chi non conosce questo nome? Chi non lo ha mai nominato, almeno una volta nella propria vita? Magari associandolo a qualche movimento satanico (per via delle copertine costantemente raffiguranti uno scheletro, Eddie mascotte della band) o ad un branco di matti che produce musica associabile al rumore.

Niente di tutto ciò! Gli Iron Maiden sono una delle band che ha rafforzato l’heavy metal dando un forte contributo alla nascita del NWOBHM (“New Wave Of British Heavy Metal”). Infatti la loro proposta era quella di rendere più grezzo l’approccio heavy tramite l’uso distorto delle chitarre e gli accostamenti più punk sia alla parte ritmica della songs che agli assoli sempre lanciatissimi.

Gli Iron nascono ad opera del loro carismatico bassista Steve Harris, famosissimo per le sue terzine ed immenso compositore, il quale nel lontano 1975 lasciava gli Smiler per fondare la band che da allora in avanti smuoverà il mondo heavy e non. Il nome Iron Maiden proviene da uno strumento di tortura medievale che era rimasto impresso nella mente di Harris dopo il film “The Man In The Iron Mask”. La band da subito fa parlare di sé, tutti credono molto nel progetto: sia i membri stessi che autoproducono il loro primo EP “The Soundhouse Tapes”, sia la EMI che subito dopo l’uscita di questa introvabile registrazione decide di offrire loro un contratto.

Ed è proprio con questa casa discografica che la band inizia a prendere la forma a cui noi siamo più legati e pubblica il primo full-lenght: l’omonimo “Iron Maiden”.

Un album veramente scatenato; le sonorità molto eighteen si sentono e preannunciano un sound che resterà vivo per un decennio ed oltre. Il basso,molto in primo piano rispetto alle canzoni sfornate in quel periodo, era comune solo in pezzi veramente punk o in alcuni passaggi prog rock. Non si era abituati ad essere trascinati da una coppia di chitarre così egregiamente amalgamate (pochi erano in grado di farlo, come i Judas Priest) e con un basso che desse la giusta profondità ai pezzi. Subito si parte con “Prowler” e già l’impatto è forte: le chitarre la fanno da padrone mentre Paul Di Anno dirige il pezzo come fosse un direttore d’orchestra e trascina tutto lo show dietro di sé.

Un attimo di sospiro ed arriva “Remember Tomorrow” con un giro di basso che verrà ricordato ascoltando la celeberrima “The Rime Of The Ancient Mariner” scritta dagli stessi Iron Maiden qualche anno dopo. La furia di Paul Di Anno si tramuta in una voce sensuale e convincente, se non fosse per quella ritmica scandita dal genio Harris che sembra romantica, ma parla di dolore e di lacrime. La quiete viene scossa da un bridge fortemente evocativo, che riprende le ritmiche tirate e sparate ma sempre precise e trascinanti, aperte da Clive Burr che sancisce con i suoi tamburi l’inizio di una tempesta impetuosa e la calma dopo la stessa. Il pezzo termina con una chiusura a cui gli Iron ci abitueranno per molto: chitarre distorte, batteria in piena esplosione e veloci scale di basso.

“Running Free” convince ancora di più dei primi 2, comunque bellissimi, pezzi; sempre costante nella ritmica e con un drumming che coinvolge da subito, quando è solo lui a farsi sentire. Steve Harris non perde un colpo ed i 5 maestri ci conducono al successivo pezzo “Phantom Of The Opera” veramente molto ben costruito. Il racconto narra di una corsa per catturare il maligno fantasma dell’opera e tale corsa non poteva esser tale se non con un tempo spiccatamente lanciato che si tramuta ben presto in un passaggio dalle tinte addirittura ska, un bridge di apertura e la ripresa carica di adrenalina per l’inseguimento che prosegue.

Arriva il primo pezzo strumentale “Transylvania” in cui i due chitarristi ed il bassista fanno tutto da sé! Clive accompagna egregiamente, ma il lavoro per eccellenza è fatto soprattutto da Dave ed Harris. I tempi cambiano, le ritmiche non sembrano mai adagiarsi sulle stesse note, gli assoli si accavallano e cedono una carica al brano tipica del caldo e sanguigno hard rock anni '80.

Chiusa la strumentale si apre la successiva “Strange World”. Qui l’arpeggiato e gli armonici la fanno da padroni, conditi da note basse e dal particolare timbro vocale di Paul; le atmosfere cambiano quasi a conferma del fatto che gli Iron non sono tutto distorsioni e tecnica ma anche emozioni; i riff si colorano di un wa-wa seducente, i testi sono sempre molto cupi, con significati aperti ad una interpretazione dell’ascoltatore.

Come se non bastasse arriva “Charlotte The Harlot” che scuote un po’ i toni parlando di questa fanciulla identificata in una prostituta che cede il suo corpo a tutti i paganti senza provar nulla (il sarcasmo si mischia al tono offensivo-provocatorio).

La chiusura viene lasciata alla canzone omonima dell’album omonimo che risegue l’intero cammino del full-lenght egregiamente concepito e costruito.

Questo è l'album. Questo un insieme di canzoni ognuna passata alla storia, non solo per la band ma per l'intero genere musicale. Le aspettative sono molto alte per le prossime uscite ma saranno abbondantemente ripagate.