Iron Maiden – Killers

Iron Maiden – Killers

E gli Iron Maiden ritornano, dopo solo un anno, con il loro secondo full-lenght a stupire il mondo rock/heavy metal. C’è chi dice che questo è l’album della consacrazione, chi afferma che è il più bello di tutta la loro discografia ma c’è anche chi, in possesso di tutti i loro album, mette in vendita proprio questo (ebbene sì, l'ho visto fare). I pareri sono dei più diversi a rappresentare il classico atteggiamento dinanzi ad un’opera d’arte: o la si odia o la si ama. A me ha stupito, fin dal primo ascolto, tanti anni fa, per la accuratezza degli arrangiamenti e della costruzione delle songs ma c'è da dire che non è un album da primo, grosso impatto. Certo, non lascia l’ascoltatore indifferente non essendo per nulla un album cervellotico, ma sicuramente è pieno di tante sfaccettature che vanno interiorizzate per assegnar loro il giusto valore.

Killers vede l’ingresso del talentuoso Adrian Smith alla chitarra che non farà assolutamente rimpiangere l’ex membro della band Dennis Stratton, ai più sconosciuto, e che inizierà un lungo corso all’interno della Vergine di Ferro durante il quale non si parlerà di primo e secondo chitarrista, bensì di ensemble formidabile. Paul Di Anno sfoggia un ottima riuscita, molto più sicuro e a suo agio rispetto al precedente album, conserva le ottime doti vocali e perde un po’ quelle da trascinatore della scena. Probabilmente resta la sua migliore performance di sempre, considerando che durante il tour di Killers verrà allontanato dalla band per problemi dovuti ai suoi eccessi.
Insomma la line-up vera degli Iron Maiden si va via via plasmando, anche se si dovranno attendere altri tre album per avere una formazione identica per due album di seguito.
Ma torniamo a Killers. I brani sono stati scritti tutti da un inspiratissimo Steve Harris (ad eccezione della title track in cui si è avvalso dell’aiuto di Paul) il quale trova di nuovo occasione, e forse ancora di più dell’omonimo, di creare il suo stile inconfondibile di bass-man attraverso un uso continuo delle terzine che regalano un’aria più epica, a tratti folk, ai brani. Le sue cavalcate entrano di prepotenza nel sound della band e di diritto nella storia dell’heavy metal. Ma come si comporta il resto del gruppo? Egregiamente! Le chitarre risultano molto più affiatate di prima.

Le tracce scorrono molto bene, tenendo sempre l’ascolto al vivo dell’attenzione, (è da citare la struggente “Murders Of The Rue Morgue”) fino ad arrivare alla stupenda strumentale “Genghis Khan” in cui si assapora anche qualche passaggio dal gusto death che poi sfuma in un bridge davvero imprevisto, impressionante, caldo! Si aprono le chitarre, gli assoli e la carica sale a livelli impossibili, l’adrenalina impetuosa non si arresta; tutto ciò in soli 3 minuti di canzone…cosa sono in grado di fare questi 5 ragazzi!!!
L’hard rock si fa sentire nella successiva “Innocent Exile”, abbastanza impostata, che lascia inalterato lo stato di grazia intorno ad Harris e fa valere un po’ di più il drummer Burr.
Gli assoli sono ormai declinati, lo stile dei Maiden è sancito e solcato indelebile nella mente di molti e non può essere adombrato da alcuna uscita di lì ad almeno 10 anni.
La parte finale dell’album è veramente da gustare. La title-track, scritta a quattro mani, dice ancora qualcosa di nuovo a conferma del fatto che le idee non mancano. Paul Di Anno è folgorato da una carica esplosiva, (la stessa traccia verrà poi utilizzata per valutare il successivo singer, Bruce Dickinson, e prenderà tutt’altro gusto e sapore), i chitarristi si barattano assoli non offuscando per nulla gli altri strumenti ma sicuramente conferendo un altro sound al tutto, mentre la sezione ritmica incede come un bulldozer e fa fuori tutto ciò che incontra davanti a sé. Il finale da brivido apre ad un’altra bellissima traccia “Prodigal Son” che insieme alla precedente costituisce la più lunga del lotto. Qui, quasi come una ballad, vengono riprese quelle sonorità quasi romantiche a cui gli Iron Maiden ci avevano abituati già con “Strange World”; ma qualcosa trae in inganno, i testi parlano di dannazione, di gioco con l’occulto e con la magia, del diavolo che ha strappato l’anima al protagonista….e come non credergli. Tra i tempi lenti ma ben scanditi, i guitars-man non si lasciano mai andare a passaggi scontati e banali, anzi esaltano il pezzo apportando un tocco veramente encomiabile.

Inutile parlare di ogni singolo brano, Killer è un album da ascoltare per intero cercando di non farsi sfuggire nessun particolare. Un album da ascoltare, da capire e solo successivamente da valutare. Una nota che mi sento di segnalare è data da Clive Burr che risulta sempre preciso ed incisivo ma mai coraggioso al punto giusto da risultare essenziale. La possibilità di entrare come un ariete nella parte ritmica delle tracce, il diritto di impostare dei tempi in continuo mutamento a cui gli altri devono adattarsi e non viceversa, non sono doti tipiche di questo musicista. Ma per avere ciò bisogna ricercare un altro tipo di personaggio, che di lì a poco arriverà…