Iron Maiden – The Number Of The Beast

Ed ecco qui Signore e Signori il terzo album degli Iron Maiden. La terza tappa per ogni gruppo, si sa, è fondamentale, rappresenta ciò che la band è stato e sarà (il primo, l’esordio, può facilmente essere figlio unico, e così il successo del secondo può essere glissato da una rivisitazione della ricetta vincente del primo). Ma come i Grandi Gruppi, gli Iron Maiden escono egregiamente allo scoperto, con un’opera molto bella, intrigata come la precedente ed interpretata anche da un (nuovo) grande cantante: Bruce Dickinson. Bruce fa dimenticare ben presto il suo predecessore e lancia gli Iron verso la tipica voce power (non del tutto agli antipodi rispetto al loro genere tecnico a dir la verità), con tonalità alte da grattacielo! Convince, conquista, si sente primeggiare nel nuovo sound e come contorno alle melodie composte si apprezza l’orgoglio del gruppo nel suonare con un talento simile.

Ma torniamo all’album. L'apertura spetta ad “Invaders” che subito mette in chiaro le intenzioni della band. Come opener è perfetta, presenta un gruppo in splendida forma ad un pubblico incuriosito dalle domande circa il nuovo singer. Poco tempo e si apre la bellissima ballad “Children Of The Damned”, che sa molto di epico anche senza l'uso di tastiere né di archi. Ritmo lento che si dipana nel ritornello con un riff da potenza pura e che, carico di disperazione, porta a braccetto l’ascoltatore; si alza il ritmo, partono i tamburi, Steve Harris si infiamma, sembra cavalcare un’armata da guerra; Bruce diviene sempre più convincente, Clive offre un lancio sul quale i due chitarristi non possono tirarsi indietro: prima un assolo in coppia, poi in tapping e di qui a salire l'adrenalina è già nel pieno di una furia devastante. Il ritmo continua ad un’andatura che mai ci saremo aspettati ad inizio brano: gli Iron ci hanno stravolto!

Inizia il terzo brano con una voce indiavolata e a seguito una sequenza di colpi di batteria duri. I riff entrano in gioco molto bene ma dopo l’intro si scatenano in una danza ferocissima in cui, oltre all’onnipresente Harris, manca solo un elemento: Bruce Dickinson! La voce non è più qualcosa che completa i brani come in passato, ma il fattore unico che li arricchisce, che offre un valore senza il quale avremo sempre pensato che gli Iron non potevano avere di meglio. Bruce già da qui ci abitua ad una carica nuova, degli acuti a cui il timbro baritonale di Paul Di Anno non poteva arrivare e che fermenta l’adrenalina del povero spaesato ascoltatrore. Clive alla batteria sembra molto più convincente qui, si lascia andare e fa emergere una personalità prima più debole, forse anche grazie a doti tecniche sviluppate in anni di concerti.

Parte “22 Acacia Avenue”, brano storico degli Iron Maiden che ripresenteranno nella maggior parte dei loro show. Una prestazione di Dickinson eccellente, le chitarre vanno a braccetto a conferma del fatto che non c’è un chitarrista principale, ed inoltre risultano sempre più heavy a tratti mollando quell’aria di grezzo e lasciando parte del sound ad Harris che incide maggiormente. Sì, perché il sound a partire da questo album si modifica: chitarre meno sporche (un po’ grazie anche ad una migliore produzione), basso più incalzante sia come velocità che come effetti (molto derivanti dal punk, con toni aperti): sono proprio gli Iron Maiden che dirigono il pezzo e si sente precisamente come siano amalgamati tra loro, come se tutti e 5 suonassero da anni!

Ma “22 Acacia Avenue” non è solo potenza e carica sparati a mille, ma anche spazio a ritmi più blandi in cui tessere melodie intricate e lasciar andare le dita di Adrian Smith a note sinuose.

Sempre più convincenti gli assoli, a cui risponde come una macchina da guerra il funambolico bassista che ormai si sente in grado di dire la sua e non può farne a meno.

Title track incentrata sul numero del diavolo 666: parte con Bruce che apre le dance e ci riesce egregiamente, si strascina Dave e Adrian per le lunghe chiome e la sezione ritmica che intervenire al momento giusto, quando le idee sono calde e pronte. Il brano continua a distendersi in un ologramma di riff portentuosi, da non scandire finché non esplode l’assolo carico di hard rock. Stacchetto e si riparte in modo instancabile con un secondo assolo: il tocco è differente, si sente, ma l’orma lasciata è indelebile proprio come quello precedente. Tutto riparte come se niente fosse accaduto, ma a questo punto ci si è già lanciati come fossimo alla fine di uno show diabolico ed epocale! Se si pensa che sono trascorsi solo 4 minuti dall’inizio di questo brano e a quante emozioni sono balzate nell’animo degli artisti e ancora di più in chi subisce questo suono spazzante e distruttivo, ci si chiede se sia ancora realtà o ci si trovi alle porte dell’inferno.

Abbiamo parlato di hard rock ed ecco subito che arriva “Run To The Hills”, brano caldo e sviscerale che inizia in modo schematico e stabile ma cambia immediatamente rotta grazie al sound tipico in terzine degli Iron.

Con “Gangland” si ritorna alle sonorità punk molto “heavyzzate” di cui la batteria ne è fautrice e che si ritroveranno anche negli album a venire (l’unica differenza è che qui si tratta di novità, in futuro sarà semplice autocontemplazione). Le chitarre sono puro heavy metal e sempre firmate Iron Maiden con assoli straordinari quanto essenziali.

Così si giunge all’ultimo pezzo “Hallowed Be Thy Name”. I tempi ed il sound saranno ripresi anche in futuro dalla band, alla luce del grande successo di questa traccia (in “The X Factor” si possono trovare più di una similitudine ricercata); il pezzo è straordinario, e nei concerti infiamma il pubblico fondendo sogni ed incubi contemporaneamente e ad ogni cambio di tempo. Anche qui la coppia vincente è data dai due chitarristi, sempre precisi come una ghigliottina ed affidabili come due carrarmati pronti a macinar nemici.

Cosa è rimasto di quest’album?? Una manciata di canzoni che hanno lasciato la propria impronta nella storia della musica.