Janis Joplin – Pearl

Janis Joplin – Pearl

Era come un angelo sceso ad aprire una strada che le ragazze bianche non avevano mai imboccato
Etta James

Una donna leader nel narcisistico mondo maschile del r'n'r, fuori dagli stereotipi e svincolata da ogni convenzione sociale, istintiva signora e regina di un suo regno personale che intendeva violare ogni cliché, femmina tra gli uomini, bianca tra i neri. Questa è stata Janis Joplin, la più grande voce blues nella storia del rock, la musa di sé stessa, il “maschiaccio” dal sesso facile e meravigliosamente libero, che con capezzoli eretti e canto uterino ha spodestato la supremazia del membro maschile. La sua voce era come un revolver pronto ad esplodere; il suo canto sublimava solitudine e paure, rito propiziatorio che dava sfogo alla sua fame d'amore. Il suo pubblico era quell'uomo che non aveva mai avuto; il suo blues si esprimeva in performance incendiare che attraversavano gli inferni della privazione e dell'abbandono.

Pearl è la consacrazione postuma, l'ultimo diluvio d'energia acustica di una cantante morta prima di poter godere della sua creazione, stroncata da un'overdose di eroina il 4 ottobre 1970 all'età di 27 anni. L'album, pubblicato nel gennaio del 1971 e subito al primo posto della classifica di Billboard dove ci rimase per nove settimane, è il risultato del feeling instauratosi tra la Joplin e la Full Tilt Boogie Band sotto la produzione di Paul Rothchild. Il disco racchiude in sé la voce di Janis che si mescola a generi musicali diversi, il cantato che si fa specchio dell'anima e di una vita vissuta al massimo, mille dosi di sconfitte e soddisfazioni trasfigurate in un canto che urla dolore e gioia.

Quest'iride di sensazioni si apre con Move Over, un rock and roll passionale scandito dal ritmo sostenuto e grezzo di una batteria. Seguono le urla accorate di Cry Baby (da Garnet Mimms) che sputa fuori tutta la rabbia raggiungendo livelli vocali altissimi e smarrendosi tra i sentieri dell'amore. C'è poi la tristezza solitaria di A Woman Left Lonely (scritta da Dan Penn e Spooner Oldham), puntellata da piano e organo, e il “paradiso notturno” di Half Moon che danza tra percussioni e tastiere. Buried Alive in The Blues è la strumentale acida scritta per Janis dall'amico Nick Gravenites (ex Electric Flag), segno premonitore di una interprete “sepolta viva nel blues”. Piano e chitarre accompagnano il gospel My Baby, mentre un piano trascina la voce nella catarsi della ballata country Me & Bobby McGee composta da Kris Kristofferson. Esecuzione ironica a cappella di una scherzosa preghiera dal sacramento alcolico è invece Mercedes Benz. Segue l'elogio dell'attesa, Trust Me (di Bobby Womack) e il viaggio termina col soul-blues Get It While You Can.

Tra le ristampe dell'album: nel 1999 è uscito Box of Pearls, dove è presente il disco rimasterizzato e impreziosito di quattro bonus dal vivo, mentre nel 2004 è stata pubblicata una Legacy Edition contenente una selezione di brani, alcuni già editi nell'edizione del '99 e altri no, dal tour canadese, il Festival Express, del giugno/luglio 1970.

Pearl è l'ultima tappa del vagabondare di Janis all'interno di se stessa; è la fine del suo rincorrere i sogni al limite del mondo, ma l'eco della sua musica ha ancora un ottimo sapore. È ancora una dolce acqua blues nello scorrere di un Southern Comfort on The Rocks.