Metallica – Ride the Lightning

Metallica – Ride the Lightning

Per quanto probabilmente il meno osannato della magnifica triade con la quale i Metallica aprono la loro controversa carriera, è ironicamente proprio il disco che invita a cavalcare il fulmine quello che risulta, a conti fatti, critico e decisivo sulla strada che li porta a guadagnarsi l'appellativo di cavalieri dell'Apocalisse. Una carriera fulminea (scusate il gioco di parole) la loro, apertasi col botto sulle note ancora vagamente acerbe eppure, a ragione, leggendarie già prima della sua uscita di Kill 'em All, e consacrata sugli altari del globale successo di pubblico e critica col magistrale Master of Puppets. E in mezzo? C'è chi ha detto, bene, che è il secondo l'album più difficile nella carriera di un artista. A maggior ragione quando il disco in questione fa da spartiacque tra due così illustri pagine di storia del metal e della musica in generale.

C'è una maggiore consapevolezza, un maggior controllo dei propri mezzi negli Hetfield e Ulrich che pongono le basi per questo secondo capitolo, ferme restando la furia e la febbrile genialità nell'innovare (inventare?) un genere – già comuni, in parte, al platter d'esordio; lo si intuisce sin dal delicato quanto ingannevole arpeggio alla testa dell'opener "Fight Fire with Fire", che scaturisce poi, subito, in un saggio formidabile di uno degli indiscutibili punti di forza del disco e marchio di fabbrica del combo, ossia gli stoppati all'adrenalina di un Hetfield in perenne stato di grazia. Oltre a una maggiore precisione e pulizia sonora, in fin dei conti prevedibili rispetto alla perla grezza che era Kill 'em All, si respira da subito un'atmosfera diversa, meno "goliardica" e più matura.

La conferma arriva a ruota con la title track, a ben pensare forse uno dei pezzi più sottovalutati dell'arsenale dei 4 di S. Francisco. Un brano dalle venature a tratti drammatiche, nel quale si intravedono già le premesse per quelle esaltanti cavalcate dal sapore quasi epico e dal feel inconfondibile tipiche della produzione successiva, con un assolo eccellente e davvero efficace di un Kirk Hammett forse mai così a suo agio. Ci soffermiamo ancora su questa "Ride the Lightning" per porre l'accento su un'altra delle caratteristiche chiave di questo LP: si mostra un deciso passo in avanti a livello di liriche, e pur non essendo mai stati, diciamoci la verità, il punto di forza dei dischi dei quattro thrasher, testi come quello della title track mostrano una netta evoluzione rispetto ai generici inni alla fratellanza metal conditi con svariati clichèe che popolavano l'immaginario di Kill 'em All, disco nel quale, come ha ammesso lo stesso Lars Ulrich, "i testi erano scritti tutti al plurale". I Metallica, forti di una crescente, incontestabile accettazione da parte del difficile pubblico heavy, scoprono le carte e cominciano a virare verso tematiche per certi versi quasi "impegnate", in ogni caso traumatiche, fortemente disilluse e a tratti pessimiste ora sul piano individuale, ora su quello cosmico, in così forte contrasto con l'atmosfera da "dolce vita" che pervadeva gran parte degli States nei famigerati Eighties. Temi simili saranno il centro anche dell'universo concettuale attorno cui ruoterà il fondamentale Master of Puppets.

Un tetro rintocco di campane ci scaraventa nel micidiale mid-tempo che caratterizza la seguente, leggendaria, "For Whom the Bell Tolls", un vero inno per un'intera generazione di amanti del metallo (o forse un paio), e alzi la mano tra i musicisti chi non ha imparato questo pezzo tra i primi della sua storia. Linee in fondo semplici ma efficacissime e un ottimo tiro vanno a comporre un pezzo fondamentale nell'enciclopedia Metallica, sulla falsariga del quale verranno composti svariati altri episodi futuri ("Leper Messiah"). E' un brano pure interessante soprattutto a livello ritmico per un duplice motivo : Ulrich dimostra di saper sfruttare una varietà di soluzioni, e di essere decisamente cresciuto rispetto a quel ragazzino che "faceva cadere i piatti ogni volta che li colpiva" (è così che Hetfield ha descritto il primo provino col minuto danese dietro le pelli). Gli fa da contraltare un Cliff Burton la cui ombra si staglia sempre più enorme nel passato del gruppo, semplicemente il bassista giusto al posto giusto; un precoce maestro mai abbastanza compianto, soprattutto per la personalità che il virtuoso hippy sapeva mostrare in studio e live, essenziale nel rendere i quattro della Bay Area una vera e propria macchina da fomento se dotata di un palco.

La vera sorpresa arriva però con la traccia numero 4 : Hetfield imbraccia l'acustica e crea uno degli arpeggi più suonati dai chitarristi di tutto il globo dimostrando una sensibilità melodica che forse pochi gli avrebbero attribuito e aprendo la strada a tutto un filone di episodi acustici o comunque più “soft” che costituiscono una parte del repertorio Metallico assolutamente non trascurabile e anzi, sono forse tra i più amati della band da una parte del suo pubblico. Le parole e i toni sono decisamente depressi, scuri come si conviene a una "Fade to Black", scritta però a quanto pare in seguito al verificarsi "solamente" di un furto nell'ambito del quale la band era rimasta priva di tutta la strumentazione. Ti aspetteresti una "Metal Militia" o una "No Remorse" parte seconda con minacce di morte varie ed eventuali, e invece no : Hammett dimostra sempre di più di star attraversando i suoi anni d'oro con un solo dalle sfumature elegiache, mentre Hetfield dimostrerà in periodi successivi di avere delle potenzialità vocali decisamente migliori, e non è un caso se proprio in coincidenza con questo album i 'tallica prendono seriamente in considerazione la possibilità di assumere un cantante di ruolo, ipotesi poi come abbiamo visto definitivamente messa da parte.

Dopo "quattro-tracce-quattro", di fila, di caratura eccelsa, molti sostengono che con "Trapped Under Ice" e "Escape" la band tiri un pò il fiato, inserisca un pò di "filler" o che comunque l'album veda due episodi consecutivi non all'altezza del suo nome : se ne sono sentite di tutti i colori, ma la verità è che sono due brani sostanzialmente allineati al resto del disco, non in sè clamorosi ma comunque eclatanti – come tutto RtL – se paragonati con il 99% della produzione dell'epoca (parliamo del 1984 e c'è ancora e comunque da grattarsi il capo per la modernità e il coraggio delle idee di questo disco, che ci piaccia o no). "Sparata" a dovere e gridata la prima, più "lay-back" e giocata sull'efficacia del ritornello la seconda, continuiamo a non annoiarci.. tutt’altro.

Non c'è discussione invece sul fatto che la successiva "Creeping Death" sia una delle punte di diamante del disco e di sicuro dell'intera storia del combo, una scarica di riff sapientemente organizzati in un crescendo strumentale e lirico dall'efficacia per certi aspetti insuperata che hanno fatto e continueranno a fare la gioia di schiere di headbangers per decenni. Insoliti anche qui i temi ispiratori delle liriche, per le quali Hetfield sembra essere andato a pescare niente meno che nel Vecchio Testamento. Nient'altro che un brano seminale per l'evoluzione stilistica della band e per l'intero movimento thrash, all'epoca ancora in fasce.

Il disco si chiude con la spettacolare strumentale "The Call of Ktulu", lunghissima suite prospetticamente essenziale se si pensa che apre la serie nella cui tradizione vanno a inserirsi classici come "Orion" e "To Live is To Die" (su …and Justice for All), esemplare per ricchezza di idee e brillantezza d'esecuzione. In fase compositiva, come risulta dagli stessi credits del disco, è ancora presente lo spettro di tale Dave Mustaine, la cui eredità si mostra ancora pesante nei primi anni di attività della band. Il titolo e l'ispirazione per certi versi "figurativa" delle ambientazioni forgiate a colpi di fraseggi dagli strumentisti (vocazione evocativa, questa, comune a tutte le puntate strumentali della band e non solo) si rifanno al fantasy di quell'H. P. Lovecraft responsabile anche delle atmosfere di "The Thing that Should not Be" sul successivo, già citato lavoro. Un finale perfetto.

I quattro monelli della West Coast dimostrano di aver imparato a menadito la formidabile lezione della New Wave of British Heavy Metal dalla quale avevano tratto la linfa vitale a livello d’ispirazione; di più, palesano definitivamente e chiaramente che quel tanto di proprio che già aveva fatto gridare al miracolo ai tempi di Kill ‘em All non era né un caso né un colpo di fortuna episodico di un manipolo di ragazzini ancora coi brufoli col culto della birra e dei Motorhead. Con questo ritorno i ‘tallica mostrano spalle già larghissime e una dose neanche tanto marginale di genio e incoscienza nel tratteggiare le coordinate di un genere del tutto nuovo che sboccerà di lì a pochissimo in un caso planetario in ambito rock, che significherà milioni di copie vendute e un elenco indefinito e ancora in stesura di band che citano “i primi tre dischi dei Metallica” (con menzione speciale, spesso, per questo RtL) tra le loro decisive influenze. Il capitolo successivo, quello chiave, in questa fulminante saga segnata da un’evoluzione tanto continua quanto proficua troppo spesso oggi rimpianta, porta il nome di un capolavoro assoluto che si chiama Master of Puppets.