Pentangle, The – Solomon’s Seal

Pentangle, The – Solomon’s Seal

Per oltre trent’anni, si è pensato che le matrici originali del disco fossero andate irrimediabilmente perdute, costringendo i collezionisti a ricerche spasmodiche tra i vecchi vinili dei mercatini dell’usato. Una scintillante edizione rimasterizzata del 2003 ad opera della Castle riporta alla luce la sesta fatica discografica dei Pentangle, “Solomon’s Seal”.
Al momento della pubblicazione originale del disco nel 1972, la band aveva già alle spalle cinque anni di carriera, durante i quali si erano ritagliati un notevole spazio all’interno del folk revival britannico con una musica sfuggente dagli orizzonti mutevoli, offrendo il recupero di temi e melodie del passato in chiave moderna, nella ricerca di avventurose contaminazioni stilistiche.
La formazione a cinque punte (scelsero come simbolo un pentagono per rappresentare come ogni membro del gruppo – ogni lato della figura – contribuisse fattivamente e ugualmente alla struttura musicale complessiva) era capace di prodursi con abilità e virtuosismo sia nel campo del blues, sia in quello del jazz, del folk e della musica colta.
L’ensamble prevededeva una eterea cantante di scuola blues e tradizionale,Jaqui Mc Shee, una sezione ritmica di impronta jazz con Danny Thompson al basso e Terry Cox alla batteria e due maestri della chitarra acustica, Bert Janch e John Renbourn, spesso impegnati anche alla voce.
Sarà proprio l'interesse verso il jazz e la musica nera a distinguere i Pentangle dall'altro grande gruppo con il quale si spartirono il dominio della scena folk-rock: i Fairport Convention.
Ogni loro produzione dal ‘67 al ‘72 mette in evidenza i pregi che caratterizzano il quintetto: un fluire ritmico che ben si presta a sostenere l'agilità e la leggerezza del canto di Jacqui, la misura negli assoli di Jansch e Renbourn, che faranno da modello a più di una generazione di chitarristi, la contaminazione del folk con il jazz, il blues e il country di matrice blues.
In “Salomon’s Seal” affiorano inoltre con evidenza le influenze che la psichedelia stava avendo su Renbourn, autore infatti di un delicato fraseggio di chitarra elettrica che impreziosisce Sally Free and Easy, prima traccia del disco,( il testo è di Cyril Tawney), un elegante blues con il contrabbasso di Thompson in evidenza. The Cherry Tree Carol è una leggiadra ballata folk medievale(per la precisione si tratta di un inno natalizio) nella quale è in primo piano la voce soprano della Mcshee, che volteggia su un tappeto acustico essenziale ed affascinante.
Il sitar che Renbourn utilizza in The Snows strizza di nuovo l’occhio alla vena psichedelica del chitarrista mentre l’impronta di Janch si nota chiaramente nell’armonia “country” a forte sapore americano di Jump Baby Jump, e soprattutto nella melodia appalachiana di Lady of Charlislie, che vede Bert impegnato a sbuffare nell’armonica mentre il partner si diletta al banjo.
Un tamburello scandisce il ritmo di marcia di High Germany, dove la dolce voce di Jaqui, il flauto e l’arpeggio della chitarra si intrecciano in un piano armonico modale riportandoci indietro fino al 700, periodo alla quale risale la melodia originale, che raccontava(e racconta) la storia di due innamorati durante le guerre della Germania del Nord. No love is sorrow mette di nuovo in risalto il contrabbasso di Thompson che offre una ritmica solida e pulita alle voci di Renbourn e della Mc Shee, che così giocano a rincorrersi in un delizioso contrasto timbrico, lo stesso che anima l’atmosfera blues di People on the Highway. Infine è un piacere lasciarsi cullare dalla dolce ugola della cantante che scivola leggiadra, appena accompagnata dal flauto dolce di Janch e dal tocco delicato dell’arpeggio di Renbourn, in Willy o’ Winsbury, incantevole folk ballad medievale già rielaborata dai Fairport Convention in “Lieg and Lief”.
In ogni solco di questo disco si può apprezzare l’eleganza, la freschezza e la purezza che ha da sempre contraddistinto le atmosfere dei Pentangle, i quali ,dopo l’uscita di questo album, decisero di sciogliersi (momentaneamente) lasciando così la scena allo stesso modo di come amavano entrare nell’orecchio dell’ascoltatore: in punta di piedi.