Pink Floyd – A Saucerful Of Secrets

Pink Floyd – A Saucerful Of Secrets

Il secondo album dei Pink Floyd segna il primo crocevia della loro lunga carriera. Messo fuori gioco Syd Barrett, per motivi ben chiari e con modi ancora oscuri, è Roger Waters a prendere in maniera del tutto naturale la leadership di una band ritenuta, da critici e riviste specializzate, al capolinea e senza un futuro di successo. Anche il loro manager Norman Smith era della stessa idea, così “Saucerful of secrets” fu un disco autoprodotto dalla band.

Per ricreare il quadrilatero era stato aggiunto il nuovo chitarrista e cantante David Gilmour, ex membro degli Jokers Wild ed allievo di Barrett. In questa delicata fase, i Pink Floyd ebbero l’intuito di diventare un’altra cosa rispetto alla creatura di Syd, senza insistere troppo nel tentativo di assomigliare nei suoni e nelle idee alle origini. Il pubblico si trovò spiazzato di fronte alla quasi totale assenza di Barrett, infatti, la sola “Jugband blues” è firmata da lui diventando così una specie di testamento sonoro del pazzo diamante.

Lo scrigno dei segreti dei Pink Floyd divenne un banco di prova veramente decisivo. L’album risente del momento, e manca in maniera evidente sotto l’aspetto dell’amalgama e nello scambio d’idee tra i protagonisti. Le differenze d’impostazione e sviluppo di musica e testi sono troppo marcate tra i brani composti da Roger Waters, a sua volta diviso tra le oniriche visioni psichedeliche di “Set the controls of the heart of the sun” e il filone militare intrapreso con “Corporal Clegg”, e gli slanci fiabeschi di Rick Wright; il floyd più idealisticamente vicino a Barrett per attinenze più o meno lecite, ma inesorabilmente lontano per creatività ed inventiva. Nick Mason si limita a fare quello che gli è richiesto; questo atteggiamento protratto nel corso degli anni lo porterà a diventare uno dei batteristi più anonimi che la storia ricordi, o dimentichi…

Intorno alla title track si regge tutta la messa in piedi di un disco in ogni caso “necessario” e per forza di cose “da realizzare”. Pezzo difficile da catalogare, essendo composto da diverse parti con un buon intreccio di stili e situazioni. Brano che rappresenta il massimo dello sforzo creativo che il gruppo era capace di produrre in quell’istante, nel quale si sperimentano diverse soluzioni che verranno a comodo soprattutto nelle produzioni future. Il tema espressivo rimane quello del viaggio, ma stavolta non si va alla ricerca di mondi lontani ed improbabili come in passato, ma si scende nelle viscere dell’inferno. Mason ripete i passaggi della sua batteria in un vortice ossessivo che non lascia presagire nulla di buono, Wright maltratta i tasti del pianoforte senza distinzioni di colore e tonalità, quasi a giustiziare un colpevole di delitti che non gli appartengono. E’ un organo sul finale a spazzare via le nubi e restituire un sereno corredato da voci celestiali, che consentono di continuare il cammino senza aver paura per ogni levata di vento.

Sarà una serie interminabile di concerti a donare al gruppo l’impasto necessario per progredire ed andare avanti per molti anni. David Gilmour non soffrirà mai troppo dell’ombra di Syd Barrett riuscendo ad imporre le proprie capacità all’interno della band. “Saucerful of secrets” non vestirà mai i lustrini degli album storici del rock, ma a conti fatti risulterà un fattore determinante di un’enorme cifra.