Pink Floyd – Pulse

Pink Floyd – Pulse

Chissà se alle Piramidi siano serviti tremila anni per diventare agli occhi dell’Uomo quello che sono oggi? E’ certo, però, che a questo album è servito molto meno tempo. E’ davvero ristretto il numero di capolavori che sono alla stregua di questo. E’ difficile parlare della nitroglicerina tenendola fra le mani senza farla saltare in aria. E’ difficile trattenere una farfalla senza storpiarla mentre la si mostra a qualcuno.

Vero è che chi ha partecipato al tour, scolpendo nello spazio-tempo nota dopo nota questa pietra miliare, sapeva cosa era in divenire, come lo sapevano quelli di Bletchley Park durante la Seconda Guerra Mondiale (http://en.wikipedia.org/wiki/Bletchley_park). La cosa che accomuna queste due vicende è che, probabilmente, lo sapevano soltanto loro.

Questo album è l’ennesima conferma che la Musica ha le caratteristiche proprie della Vita: la nascita di ogni individuo è unica nel suo genere ogni volta ed altrettanto lo è un evento Live. Un momento in cui tutti i partecipanti si uniscono e si confrontano, con il bagaglio delle vicende che li hanno condotti fin lì danno vita ad un qualcosa che, se non esistesse la tecnologia in grado di trattenerlo ad imperitura memoria, sarebbe impossibile da proiettare nel futuro.

Chi ha curato la stesura del canovaccio ha avuto l’accortezza di iniziare con qualcosa che si prendesse tutto il tempo necessario. Come quando, tra due corpi che si intrecciano nella passione del momento, vince chi sa rimandare più a lungo la concretizzazione del desiderio, Shine On You Crazy Diamond è in grado di stabilire la giusta atmosfera creando l’aspettativa ed il battito cardiaco necessari. Un brano dedicato a Syd Barrett, ex-membro nella prima formazione della band. L’imperativo è pieno di affetto: “Shine on, you crazy diamond[!] […] Come on you raver, you seer of visions, come on you painter, you piper, you prisoner, and shine!”. Astronomy Domine continua ad assecondare la trama del preludio, si spiralizza intorno al punto ma la domanda non tarda ad arrivare: What Do You Want From Me? Si cade nel baratro dei rapporti umani. La musica non può che stigmatizzare la domanda e nonostante il carattere completamente generico della questione (il brano è stato composto da David Gilmour dopo una lite con la moglie Polly Samson) l’assenza di Roger Waters ha la potenza del silenzio (“should I sing until I can’t sing anymore, play these strings until my fingers are raw”). I più attenti avranno notato quanto un brano del noto album dei Dream Theater, Metropolis Pt. 2: Scenes From a Memory, contenga frasi musicali (nonché tematiche) che richiamano tremendamente le sonorità ed alcune soluzioni tra musica e coro di questo brano dei PF. D’altronde i DT non hanno mai perso occasione di rendere il loro omaggio alla psichedelica band.

Siamo solo all’inizio della traversata oceanica. Learning to Fly è il decollo e tentare di spiegare l’allegoria di questa poesia non farebbe altro che depauperarne la complessità. Il testo è l’incarnazione della musica che lo sottende e chiunque abbia visto realizzare qualcosa che è stato frutto di grande fatica può capire cosa Gilmour intendesse (“The soul intention is learning to fly Condition grounded but determined to try”); nel contempo, ad impedire che la metafora prenda il largo c’è in sottofondo la registrazione della comunicazione tra Nick Mason, Gilmour e la torre di controllo durante il primo volo di Mason. Coming Back to Life ci tira per il lembo della giacca, mentre il torpore dei sensi aveva preso il sopravvento nella bellissima introduzione al brano fatta da Gilmour alla chitarra e da Richard Wright alle tastiere. E’ probabile che il brano si riferisca all’incontro tra Gilmour e la sua – al tempo – recente moglie: “I took a heavenly ride through our silence I knew the moment had arrived For killing the past and coming back to life”.

A Great Day For Freedom ha il profilo dell’ode d’altri tempi (“Promises lit up the night like paper doves in flight”). I temi in questione sono grandi come quelli che solo la Storia riesce a contenere. L’intuizione più diretta è quella che ci porta immediatamente a pensare al Muro di Berlino, come tra l’altro dichiarato dallo stesso Gilmour. La grandezza dei temi è enfatizzata dal pianoforte e dalla capacità di coinvolgimento delle percussioni, mentre la chitarra ed il coro di Sam Brown, di Claudia Fontaine e di Durga McBroom mantengono lo sguardo verso la parte più astratta ed altisonante della discussione.

A questo punto ci scontriamo con la seconda pietra miliare dell’album. High Hopes è chiaramente la biografia di cosa è nato nei cortili sotto casa, cosa si è evoluto nell’“adolescenza” del gruppo e che si sgretolato nell’età matura dei Pink Floyd. Ha tutto il fascino di un’esistenza sulla cresta dell’onda, travolta dalla difficoltà che hanno le persone nel vivere a stretto contatto per troppo tempo. Il lamento della chitarra è dolce, gli arrangiamenti sono da grande scenario di guerra, le percussioni sono un crescendo irrefrenabile ed il pianoforte è da desolazione a fuochi spenti. Anche se il Titanic è affondato la sua gloria non scenderà mai sotto lo specchio dell’acqua.

Con On The Run si continua a navigare nella psichedelia e si approda ad un brano che meriterebbe più attenzione di quanta gliene sia stata data. Time è uno dei pochissimi brani composti dall’intera band (nella formazione del 1973). Infatti si nota la differenza dalla maggior parte di quelli precedenti. Dopo un’introduzione strumentale nello stile del gruppo viene sviluppata musicalmente l’ineluttabilità del tema in questione. Il fatto è che con il passare degli anni la concezione del tempo cambia per tutti e si impara a sprecarlo, a rincorrerlo e a lasciarlo fare, forse, più sapientemente (“Ticking away the moments that make up a dull day You fritter and waste the hours in an offhand way. […] Home, home again I like to be here when I can, When I come home cold and tired It's good to warm my bones beside the fire”).

The Great Gig In The Sky è il più bel brano della storia quasi completamente cantato senza l’uso delle parole. E’ la naturale prosecuzione del tema di Time, ovvero dopo aver sprecato il tuo tempo “Are you frightened of dying?”. L’intensità del brano è completamente gestita dalla lead voice di Sam Brown e dal pianoforte, mentre la chitarra e le percussioni sottolineano l’inevitabilità di arrendersi alla lotta impari. Ancora una volta i più attenti potranno cogliere la stretta relazione che il già citato album dei DT ha con questo brano. Una relazione a più livelli, che spaziano dal fraseggio e dalla struttura musicale al tema stesso del brano dei PF, gestita dai DT nel loro intero album.

Qui ci si imbatte in un famosissimo brano, noto anche ai meno appassionati. Money fa il suo dovere: ci distrae da tutto lo stress accumulato per colpa dell’alta attenzione richiesta in precedenza. Fanno la loro divertente comparsa il sassofono e l’organo hammond quasi a ribadire il tono scherzoso del brano.

Us and Them, invece, è una composizione che si merita il dovuto rispetto. Una bellissima linea melodica polistrumentale ci guida nello sviluppo del tema condotto principalmente dal sassofono, pur non essendo esso onnipresente, tanto è vero che la sua assenza si fa notare, proprio come il pensiero di un saggio si fa più evidente quando inespresso. Infatti è proprio il contrasto tra la musica ed il testo a rendere cogente questa interpretazione, assurda come lo è la guerra, tema del brano in questione. Composto in origine da Richard Wright per la sequenza di violenza nel film di Michelangelo Antonioni, Zabriskie Point, del 1969, fu scartato per scelta del regista.

L’ennesimo brano estratto dal grande successo della band, Dark Side of the Moon, è Brain Damage, sul quale non ci soffermiamo per non essere ridondanti, citiamo solo il fatto che si narra abbia anche a che fare con Syd Barrett. L’ennesima pietra miliare è estratta dal passato con Wish You Were Here, uno tra i brani che hanno veramente fatto la storia della musica.

Ci soffermiamo invece su Comfortably Numb. Il brano ha avuto una storia travagliata dai disaccordi tra Waters e Gilmour e tra le varie reinterpretazioni che ha subito trova la pace dei sensi in questo album live. L’assolo di chitarra di Gilmour è stato valutato come il quarto migliore della storia ed in effetti è ingestibile il flusso di violente emozioni che, con un vero black-out, inondano i nervi di chi l’ascolta al volume appropriato, un’iniezione di adrenalina. Segnaliamo in particolare, tra i milioni di tributi che sono stati fatti negli anni, quello proposto dai Bermuda Acoustic Trio (http://www.bermudaacoustictrio.com/discografia.html).

L’ultimo brano è un tuffo nei giorni che furono, Run Like Hell è storia d’altri tempi. L’effetto che si ottiene è lo stesso che si subisce quando si pensa ad un passato non troppo remoto ma davvero troppo denso: non voltarsi indietro e correre finché le gambe non seguono più la velocità del pensiero.

E’ questa la degna chiusura di un album ancora senza eredi nel panorama musicale, probabilmente perché risultato di una varietà di fattori di una impressionante complessità distribuita nel tempo che abbracciano più di un’esistenza.