Pink Floyd – The Dark Side of the Moon

Pink Floyd – The Dark Side of the Moon

“Dark Side of the Moon” è l’album jazz dei Pink Floyd. Considerazione almeno azzardata, che non trova conforto nelle sonorità proposte – se intendiamo il jazz come suono di sax, tromba, trio con pianoforte ecc… – ma nella genesi, nella mescolanza, nella sperimentazione, nei meccanismi di un disco che ancora oggi regge il confronto con l’età e mostra, proprio a essere pignoli, pochissimi cedimenti.

La suite muove i primi passi in quel di Brighton nel gennaio ’72, con il nome di “Eclipse”. Col tempo si dilata, cambia, si trasforma, arriva su disco più di un anno dopo e da lì in avanti troverà nuove strade, più fedeli, ma spesso difformi come sovente capita nella musica jazz, quasi mai uguale a se stessa. Intorno al disco c’è un progetto grafico, curato dal genio riconosciuto di Storm Thorgerson, e uno prettamente musicale, affidato al “meccanico” del suono Alan Parsons. Caratteristiche che, volendo, chiamano in causa la jazzosfera, rispettivamente: le copertine della Blue Note firmate da Reid Miles e la cura maniacale in studio di Manfred Eicher della ECM.

Veniamo alla musica. I Floyd fino a quel momento erano poco più di un buon gruppo alla ricerca della propria identità. Fanno la mossa giusta aprendo la porta di casa a nuovi suoni, si pensi all’utilizzo del sintetizzatore analogico VCS3, e a mondi musicali lontani: la voce di Clare Torry in “Great Gig in the Sky” metterà i brividi anche tra cento anni. Nell’album ci sono forme musicali che esulano dal caratteristico 4/4 di matrice rockettara (“Money”), e tappeti che fanno da passaggio concettuale (“Any Colour You Like”) che portano nel cuore una molecola d’improvvisazione, di divenire.

“Dark Side of the Moon” non è certamente un album di jazz, ma i Pink Floyd, consapevolmente o meno, pensano e respirano jazz, affrontano i problemi senza preclusioni, unendo rischio e calcolo, tecnica ed emozione. Sul significato della parola jazz il dibattito è aperto, è invece chiusa la faccenda che riconosce quest’album come una delle migliori prove musicali nel secolo scorso, e non solo.