Pink Floyd – The Piper At The Gates of Dawn

Pink Floyd – The Piper At The Gates of Dawn

Album inarrivabile per imprevedibilità stilistica. Lavoro che ha distanza di quarant’anni continua ad emanare fasci di luce accecanti.

Londra, estate dell’amore 1967. Uno degli elementi maggiormente caratterizzanti è un chitarrista di nome Roger “Syd” Barrett e la sua rock band: i Pink Floyd.

L’inconsapevole e colorata risposta britannica alle “inevitabili esplosioni di plastica” d’oltre oceano, porta il loro marchio musicale, un esempio di rara lungimiranza ed efficace intraprendenza.

In una situazione vagamente deragliante esce il primo disco “The piper at the gates of dawn”, prendendo il nome (e non solo) dal settimo capitolo del libro fiabesco di Kenneth Grahame, “The wind in the willows”

Stile psichedelico per eccellenza anche se Roger Waters, bassista del gruppo, sosteneva al tempo che psichedelico era “qualcosa intorno a noi ma non dentro il gruppo”. La contraddizione d'altronde sarà una caratteristica che Waters si porterà dietro per molto, forse troppo tempo.

“Piper” si regge sulla struttura tipica di un lp del periodo con due pezzi portanti, “Astronomy domine” ed “Interstellar overdrive”ad aprire le sides, ed il resto tra luci ed ombre a riempire i restanti solchi.

Le alchimie sonore di Syd, pittore ed artista totale in ogni sua movenza ed in ogni suo gesto, vanno a prendere forma ed a completarsi nelle geometrie elaborate dagli elementi del gruppo. Mason, Wright e lo stesso Waters (studenti d’architettura), sorreggono con le loro trame le improvvise virate modali imposte da Barrett, fungendo da architravi per la tessitura visionaria del pazzo diamante.

Il momento di migliore espressione collettiva è “Interstellar overdrive”, brano strumentale che più degli altri interpreta lo spirito del viaggio psichedelico, nel senso di “trip mentale dovuto all’assunzione di sostanze”. L’accattivante riff iniziale torna sul finire del pezzo, dopo che si è condotti tra distorsioni e minimalismi in una specie di labirinto sonoro difficilmente codificabile e che sembra non lasciare scampo.

Da “Mathilda mother” a “The gnome”, emergono tra le righe dei testi la nostalgia per il periodo infantile, dovuta alla grande sensibilità di Syd, e la descrizione improbabile di gnomi che sorseggiano vino in paesaggi inesistenti, prodotta dal candido e massiccio uso di LSD…

“Astronomy domine” è rivolta a visioni d’altri mondi possibili, nettamente in anticipo alle divagazioni sul tema di Brian Eno, e mette in risalto le qualità chitarristiche non certo eccelse ma sicuramente originali e coraggiose del leader.

L’unico pezzo non composto da Barrett, ma da Waters, “Take up thy stethoscope and walk” va in dissonanza con il resto del lavoro, come d’altronde succederà parallelamente in seguito anche tra Roger e gli altri componenti della band.

L’ultimo brano, “Bike”, mette l’accento sulle molteplici capacità del gruppo, capace in soli tre minuti di inscenare cambi di tempo, situazioni e stili; con una primordiale idea di traccia nascosta sul finale, in un concentrato di pura stravaganza.

Purtroppo, la parabola di Barrett si concluderà da lì a poco, lasciando in eredità la morbosa curiosità di sapere che cosa sarebbe potuto venire fuori in seguito (i suoi sofferti dischi solisti non fanno testo); ma al sacrificio mentale di Syd corrisponde il fascino e la splendida semina di “The piper at the gates of dawn” un episodio unico, prezioso e spiazzante.

In effetti, oltre a decine di bands, anche gli stessi Floyd passeranno diverse fasi di carriera ad evocare il loro geniale ideatore, e ad attingere alla sua fonte sotto i molteplici aspetti di forma ed inventiva. Shine on.